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Diffamazione, pressing per fermare la legge

ROMA — C’è preoccupazione, nelle file del Pdl, per il voto di oggi sulla diffamazione. Tant’è che, durante il fine settimana, i vertici del gruppo a palazzo Madama – il capogruppo Gasparri, il vice Quagliariello – hanno fatto inviare sms per sollecitare l’obbligatoria presenza in aula a partire dalle 16 e trenta. Il voto sull’articolo uno del ddl è strategico. Da esso dipende la sorte stessa del provvedimento, sul quale pesa il netto ostracismo di Fnsi e Fieg, ma anche le perplessità del presidente del Senato Schifani. Il quale non solo ha lavorato per evitare lo sciopero dei giornali con un esplicito appello, ma ha anche definito una “telenovela” il tormentato cammino del ddl in Parlamento. Per di più ha detto chiaramente che il testo è solo alla sua prima lettura. Tutti sanno bene che non resterà identico nel passaggio alla Camera. Due fattori potrebbero contribuire ad affondare i tre articoli che infliggono carcere e multe salate ai giornalisti in caso di diffamazione, ma “salvano” direttori e vice con la sola multa. Previsione del tutto incostituzionale. Il successo delle primarie Pd e l’appello congiunto Fnsi-Fieg potrebbero influire sugli scontenti del Pdl, molti dei quali già da giorni sarebbero propensi ad sbarrare la strada a un testo che non convince alcuni perché troppo morbido rispetto alla legge in vigore (carcere fino a sei anni) e altri perché troppo
duro (conferma del carcere). Il voto segreto, chiesto dal Pd, potrebbe scatenare i franchi tiratori e giocare a favore di chi vuole bloccare la legge. Già giovedì scorso, quando si votò la richiesta di sospensiva dello stesso Pd, finì in parità (134 a 134) e furono i 5 astenuti a far proseguire i lavori visto che al Senato l’astensione vale come voto contrario. Ma già in quell’occasione i vertici del Pdl dovettero far fatica a richiamare all’ordine i senatori dissidenti.
Il fine settimana non ha fatto registrare contatti politici significativi. Il Pd darà battaglia in aula e ieri Vincenzo Vita invitava tutti “ad accogliere l’appello Fnsi-Fieg contro l’obbrobrio di questa legge”. L’Idv, con il capogruppo Felice Belisario, sollecita “a ritirare questo ddl Frankenstein”. Solo il relatore Filippo Berselli lo difende perché “le pene sono più blande delle attuali”. Contro l’articolo uno voteranno anche i rutelliani e l’Udc. Sul fronte opposto Pdl e Lega, ma nel Carroccio non mancano perplessità sul carcere soprattutto dopo la netta presa di posizione contraria del segretario Roberto Maroni.
Ma sul voto pesa un’altra incognita non da poco. Giusto oggi comincia il conto alla rovescia per il destino di Alessandro Sallusti. Da stamattina ogni momento è buono per sapere se la procura di Milano ha deciso di far eseguire la pena di un anno e quattro mesi mandandolo in carcere oppure se ritiene che, in assenza del pericolo di fuga, per il direttore del Giornale possa bastare una misura alternativa. Qualora l’opzione del procuratore Edmondo Bruti Liberati fosse la seconda, il fascicolo di Sallusti verrà inviato al magistrato di sorveglianza che avrà 5 giorni di tempo per decidere sulla detenzione domiciliare. L’affidamento ai servizi sociali è escluso visto che lui non ha presentato la domanda. Tutto lascia intendere che sarà la seconda l’opzione più probabile. Ma la coincidenza rende ancora più grottesco che in Senato si discuta ormai da un mese e si stia per votare una legge salva-Sallusti ormai fuori tempo massimo.

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