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Difesa in salita sulle indagini bancarie

Difesa in salita in caso di indagini finanziarie, soprattutto quando sono estese ai conti correnti privati. Difficoltà connesse alla necessità di provare le singole voci a distanza di anni sia all’applicazione delle norme di riferimento (Dpr 600/1973, articolo 32) e alle interpretazioni da parte degli uffici e ancora, in sede di contenzioso, dalla giurisprudenza di merito e di legittimità. Problemi che emergono ancor di più in questa fase del l’anno in cui si concentra una parte rilevante dell’attività di accertamento in vista della decadenza dei termini.
Facciamo un passo indietro. Le indagini finanziarie consentono di controllare i movimenti transitati sui conti correnti di un soggetto per scoprire se ha sottratto dell’imponibile a tassazione. La presunzione legale a favore del Fisco può essere superata solo con la prova contraria a carico del contribuente.
I versamenti
Per i versamenti va dimostrata la riconducibilità a redditi dichiarati o legittimamente non tassati e per i prelevamenti deve essere indicato il beneficiario. Il maggior imponibile accertato è così composto dalla sommatoria dei movimenti (versamenti più prelevamenti) privi di valida giustificazione.
La Cassazione afferma che la prova deve essere analitica e non generica, con indicazione di ogni movimento bancario, per dimostrare come ciascuna operazione è estranea a fatti imponibili. Il contribuente deve così produrre prove diverse da affermazioni apodittiche, generiche, sommarie e «cumulative» (sentenza 25502/2011).
Una delle principali difficoltà si riscontra talvolta nell’applicazione di tale principio. Un preliminare controllo – suggerito anche dalla circolare 32/E/2006 – dovrebbe essere quello di verificare che i redditi dichiarati sono compatibili con il tenore di vita desumibile dalle movimentazioni bancarie. Si pensi a un’impresa/professionista che dichiara 100 di ricavi/compensi. Se sul conto aziendale/professionale ha versato nell’anno di imposta 90, dovrebbe essere già di per sé un indizio che si tratta di somme fatturate. Nella prassi, però, gli uffici possono richiedere la giustificazione di ogni singolo accredito. Per versamenti cumulativi e di denaro contante (come per i commercianti al dettaglio) diventa impossibile circoscrivere esattamente la provenienza. Venendo, così, a mancare la corrispondenza tra la fattura emessa o il corrispettivo battuto in quel giorno e il versamento (che può essere effettuato successivamente) la prova contraria non sarebbe superata.
I prelievi
L’articolo 32 del Dpr 600/1973 dispone che vada indicato il beneficiario. Per il conto di un’impresa può rivelarsi abbastanza agevole dato che i dati dovrebbero essere confluiti in una contabilità, ma sui conti privati ciò risulta abbastanza complesso. Si pensi a un prelievo per un viaggio, per la spesa alimentare o per l’acquisto di un gioiello. Per tali uscite difficilmente è conservata la copia dell’assegno o della fattura o altra documentazione richiesta a distanza di anni dall’ufficio, che non si accontenta della mera indicazione del beneficiario, ma vuole prova di ciò che si sostiene.
Una questione che tocca da vicino i soci: le movimentazioni dei conti privati non giustificate sono spesso considerate in automatico maggior reddito della società. La circolare 32/E/2006 precisa che è possibile utilizzare i conti di un terzo a condizione che l’ufficio dimostri l’interposizione fittizia. Al riguardo le pronunce di Cassazione sono abbastanza univoche (tranne qualche eccezione) nel sostenere che il semplice fatto di essere soci è sufficiente a ricondurre le movimentazioni alla società.
La questione dei prelievi tocca anche i professionisti. Come per le imprese sono considerati presumibili costi in nero e quindi compensi. Mentre, però, in un’impresa la merce senza fattura determina un ricavo almeno pari al costo sostenuto, nella professione il costo di un dipendente irregolare, per esempio, non equivale necessariamente a un compenso.
I costi
Un altro nodo riguarda poi i costi per la produzione di un ricavo. Infatti, se in favore del Fisco vale la regola che a un costo in nero corrisponda un ricavo, per il contribuente non vale l’inverso, ossia che a un ricavo corrisponda un costo per la sua produzione. Di conseguenza, il totale dei maggiori imponibili (versamenti più prelievi) non è abbattuto di una percentuale che potrebbe corrispondere all’incidenza dei costi sostenuti per conseguire i ricavi. Questo nonostante la circolare 32/E/2006 ne faccia espressa menzione.

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