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Difendere i depositi sui conti esteri

Perché mai un investitore estero dovrebbe lasciare il proprio denaro in deposito a Cipro? Tralasciando motivazioni che trascendono la legalità (di cui si fa un gran parlare in questi giorni) e un trattamento fiscale favorevole, una buona ragione potrebbero essere i rendimenti offerti dai conti correnti di quel Paese. Basta infatti scorrere i dati raccolti dalla Banca centrale europea (Bce) per scoprire che il 4,53% medio lordo garantito a Nicosia ai depositi vincolati fino a un anno dei privati ha pochi rivali in Europa.
Qualcosa di meglio, e i risparmiatori lo sanno, si può trovare anche dalle parti nostre, ma qui si sta parlando di tasso medio, che in Italia a gennaio viaggiava al 2,56%, cioè quasi 2 punti percentuali in meno. Viaggiando a ritroso nel tempo, un privato che avesse tenuto fermi 100mila euro in una banca cipriota negli ultimi 5 anni avrebbe mediamente portato a casa quasi 25mila euro di interessi, più del doppio rispetto a quanto si poteva fare in Italia (11.626 euro), dove i tassi praticati alla clientela sono cresciuti soltanto negli ultimi 18 mesi, e soprattutto in Germania (11.091 euro), dove il rendimento «langue» sotto l’1 per cento.
Calcoli simili potrebbero sembrare un puro esercizio di stile, ma offrono probabilmente una buona chiave di lettura sui motivi per cui la scorsa settimana si sia deciso di proporre un prelievo forzoso sui conti correnti di Cipro e sulle reazioni molto preoccupate di qualche Paese europeo (oltre che della Russia che da alcuni anni ormai «colonizza» la piccola isola nel Mar Mediterraneo). Gli italiani non saranno forse stati attirati a Cipro dai rendimenti dei depositi (o perlomeno non da quelli), ma qualche tedesco forse sì. Anche perché con i tassi che trova a casa sua (è il contraltare alla rincorsa ai Bund che minimizza il costo del debito per Berlino) è comprensibile che si possa cercare rendimento altrove.
Qualunque sia la sua conclusione, la vicenda della possibile «tassa» sui depositi ciprioti riporta in evidenza i pericoli e i possibili contrattempi che si corrono quando si trasferisce il denaro fuori dai propri confini (in modo lecito, ovviamente). Se fino a 5 anni fa il rischio principale al quale si poteva andare incontro era quello legato alla valuta (quando si impegnava denaro in una banca fuori dall’euro e in un conto denominato in una divisa diversa), la crisi finanziaria e i suoi risvolti hanno cambiato radicalmente le carte in tavola.
Prima del crack di Lehman Brothers pochi clienti si sarebbero sincerati della solidità dell’istituto di credito dove si mette il denaro, per non parlare di quelli che effettuano l’attività di banca depositaria per strumenti finanziari. Da allora non è stato più possibile ignorare il rischio di controparte, che per la verità è sempre esistito, anche perché spesso i casi più spinosi si sono manifestati (si anche ad Aig o Mf Global) senza molti preavvisi.
Ora il caso Cipro, se possibile, rappresenta un’escalation, perché alla catena dei possibili contrattempi di cui tenere conto unisce il «rischio Paese». Sulla carta i depositi sono tutelati attraverso appositi fondi di garanzia nazionali fino a un certo limite (che in Europa si è provato a uniformare a 100mila euro, senza peraltro riuscire finora a creare un fondo unico di tutela a livello Ue), ma niente può mettere al riparo da una mossa improvvisa come quella che si è tentato di attuare nei giorni scorsi a Nicosia.
C’è infine da considerare il lato fiscale della questione, sempre che si voglia restare nei limiti del lecito. Sotto questo aspetto la novità più rilevante è stata introdotta con il decreto «Salva Italia» del 2011 e si chiama Ivafe. L’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero riguarda infatti anche il denaro che cittadini fiscalmente residenti in Italia detengono su conti correnti oltre confine: sulla giacenza grava un prelievo dello 0,15% annuo (fino allo scorso anno era lo 0,1%) del tutto simile a quello dell’imposta di bollo applicata in Italia. Da dichiarare nel quadro Rm di Unico, una sigla con la quale i correntisti «off-shore» saranno costretti a familiarizzare.

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