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Dietrofront sul credito d’imposta

La straordinaria tensione fra maggioranza e Governo – e anche fra diversi dicasteri all’interno del Governo – ancora una volta si scarica sul comparto delle infrastrutture. A fare le spese di una nottata e di una mattinata piene di tensioni, rinvii, colpi di scena, è stata, alla fine, al Senato, la norma che avrebbe dovuto abbassare da 500 a 100 milioni la soglia per il credito di imposta.
Tutto saltato: la commissione Industria del Senato ha fatto marcia indietro ed è tornata alla formulazione originaria del decreto legge, tagliando fuori un gran numero di opere che almeno potenzialmente avrebbe potuto accedere all’agevolazione fiscale e beneficiare di un finanziamento privato.
L’agevolazione resta solo per le opere faraoniche di importo superiore ai 500 milioni, mille miliardi di lire di un tempo. Una scelta difficilmente comprensibile visto che i due relatori si erano detti assolutamente favorevoli e così anche i gruppi di maggioranza. A pesare sul dietrofront è stato, in realtà, un parere della commissione Bilancio a dir poco paradossale: si segnalava il rischio di un aumento della spesa e di una carenza di copertura, quando la norma in questione prevede un rigido filtro del Cipe nell’individuazione delle opere beneficiate.
L’abbassamento della soglia proposto dai relatori avrebbe solo allargato la platea potenziale delle opere agevolabili, coinvolgendo le infrastrutture di importo compreso fra 100 e 500 milioni, attualmente escluse, ma non prevedeva nessun meccanismo automatico di finanziamento di alcuna opera. In altre parole, per accedere al credito di imposta a valere su Ires e Irap, sarebbe stato comunque necessario un parere favorevole del ministero dell’Economia in sede di Cipe. Non si vede, quindi, dove fosse il rischio di uno sforamento.
Ma a confermare lo stato confusionale in cui si sono svolti i lavori della commissione Industria nelle ultime 48 ore c’è anche l’altra marcia indietro significativa per il comparto infrastrutturale, quella relativa al project bond. La novità era comparsa, a sorpresa, in un emendamento dei relatori soltanto lunedì e prevedeva che le obbligazioni di questo nuovo tipo si potessero emettere solo per il finanziamento di nuove opere (investimenti greenfield) e non per il rifinanziamento del debito di opere già finanziate (brownfield). Un colpo di scena rispetto a una disciplina che si era andata ormai consolidando e che faceva proprio degli investimenti brownfield il terreno più adatto per una sperimentazione dello strumento almeno in campo autostradale ed elettrico.
«Si è trattato soltanto di un equivoco», dicono ora al ministero delle Infrastrutture, facendo intendere che qualcosa non aveva funzionato nella comunicazione fra relatori e Governo su quel punto. Il sospetto che ancora una volta, sul credito di imposta e sulle limitazioni al project bond, ci sia sullo sfondo la perenne tensione fra i ministeri delle Infrastrutture e dell’Economia stavolta non viene confermato da nessuno, ma resta.
Ma a rendere ancora più grave il bilancio per il comparto dell’edilizia c’è la scomparsa di altre due norme fondamentali per il settore: l’esclusione del settore dei lavori pubblici dalla disciplina sulla responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatore che non paghi Iva e contributi Inps; e la possibilità per le imprese di autoprodurre il durc in caso di ritardi da parte dell’amministrazione. Scomparse, liquefatte, anche queste sotto il maglio del parere della commissione Bilancio.

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