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Dietrofront delle banche Usa: stop ai riacquisti di azioni proprie

New York – Le banche americane corrono ai ripari per arginare lo shock da coronavirus e le ripercussioni per l’economia: con mosse concertate, che non scattarono facilmente neppure davanti alla crisi del 2008, gli otto principali istituti americani hanno sospeso buyback azionari per decine di miliardi di dollari almeno fino a giugno, con l’obiettivo di preservare risorse e di averle a disposizione per clienti e consumatori.

La scelta collettiva, da parte di gruppi considerati essenziali al sistema finanziario a cominciare da JP Morgan, Bank of America e Citigroup, dovrebbe liberare nell’immediato, tra la fine del primo trimestre e il secondo, circa 38 miliardi stando a stime di Keefe Bruyette & Woods. Le banche avevano varato lo scorso giugno riacquisti annuali di azioni proprie per un totale di 119 miliardi dopo aver superato gli stress test della Federal Reserve sulle loro solidità. I buyback sono stati suddivisi nell’arco dei quattro trimestri successivi.

“La decisone è coerente con l’obiettivo comune di usare significativo capitale e liquidità per offrire massimo sostegno a individui, piccole aziende e all’economia nel suo insieme attraverso prestiti e altri servizi”, ha fatto sapere l’associazione di settore Financial Service Forum. “Ogni istituto ha la prerogativa di riprendere il proprio programma di buyback nel momento in cui le circostanze lo consentano”. Gli altri protagonisti del blocco sono Goldman Sachs, Morgan Stanley, Wells Fargo, Bank of New York Mellon e State Street. Almeno un colosso regionale, US Bancorp, ha seguito l’esempio. Nessuna sospensione, invece, dei dividendi.

I capitali preservati, in dettaglio, potrebbero assorbire perdite su prestiti improvvisamente in sofferenza o rispondere ad accelerati utilizzi di linee di credito da parte di imprese in affanno per la paralisi del business. Il prezzo per le banche potrebbe essere pagato in Borsa, dove i buyback offrono supporto a quotazioni sotto pressione per la crisi. Ma una mancata iniziativa comportava rischi superiori: le banche in passato sono state accusate di lentezza nel rispondere a debacle e le autorità di regolamentazione avrebbero potuto imporre stop ai riacquisti di titoli. Il chairman della Federal Reserve Jerome Powell aveva incoraggiato esplicitamente gli istituti a ricorrere ai loro “cuscini” finanziari per assicurare prestiti e lavorare con i debitori.

La Fed, da parte sua, ha dato fondo a un vasto arsenale di strumenti anti-crisi comprese misure per proteggere la liquidità e facilitare il funzionamento del settore bancario. Ieri, forte di garanzie del Tesoro per 10 miliardi ha riaperto una facility d’emergenza per l’acquisto di commercial papers (Cpff), un mercato da oltre 1.100 miliardi di strumenti di debito a breve per le imprese rimasto congelato, che dovrebbe alleggerire la domanda sulle banche. A fine 2019 le linee di credito aperte da aziende con istituti americani e non utilizzate ammontavano a 2.500 miliardi, sollevando lo spettro di ondate di richieste di fondi.

Gli stessi otto istituti che hanno fermato i buyback hanno inoltre risposto positivamente all’appello della Banca centrale a rafforzare la loro posizione attraverso la discount window, dove la Fed offre prestiti d’emergenza in cambio di garanzie, una “finestra” tradizionalmente evitata da molti gruppi per timore di apparire fragili. Per stimolarne il ricorso la Fed ha abbassato domenica il tasso di sconto, di 125 punti base allo 0,25%, e allungato le scadenze dei prestiti a 90 giorni.

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