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Ma dietro a quel salvataggio resta la fragilità del sistema

La complessa vicenda delle due banche venete, Banca popolare di Vicenza (Bpv) e Veneto banca (Vb), solleva almeno quattro interrogativi riguardanti: la residua credibilità del processo europeo di risoluzione delle banche in crisi, incentrato sul coinvolgimento degli azionisti e dei creditori di tali banche (bail in) e sulla limitazione degli aiuti di Stato (bail out); l’incidenza di questi aiuti nella soluzione attuata dal governo italiano; il conseguente onere sopportato dal nostro bilancio pubblico; l’impatto per le residue fragilità del settore bancario italiano.
Venerdì scorso la Banca centrale europea, nella sua funzione di vigilanza, ha riconosciuto che Bpv e Vb erano soggette a un forte rischio di fallimento. Data la precedente opposizione della Commissione europea alla ricapitalizzazione precauzionale delle due banche venete (secondo il modello adottato per il Montepaschi Siena), è stato così necessario l’intervento del Consiglio unico di risoluzione (Srb). Essendo Bpv e Vn “istituzioni significative”, la normativa europea avrebbe richiesto l’avvio di un processo di risoluzione. Viceversa, il Srb ha autorizzato una soluzione nazionale che sfocerà nello scorporo e nella cessione a Intesa-Sanpaolo, per la cifra simbolica di 1 euro, delle attività e passività “in bonis” di Bpv e Vb; e nella liquidazione amministrativa coatta delle ingenti partite residue. Nella sua attuale formulazione e applicazione, il bail in è fortemente criticabile; esso è, tuttavia, una regola sottoscritta da tutti i membri dell’euro area. La decisione del Srb rischia perciò di minare la credibilità sostanziale delle regole europee in materia bancaria. Analogamente a quanto accadde nei primi anni del Duemila per la lesione del vecchio “Patto di stabilità e crescita” da parte di Germania e Francia, da oggi in poi nessuno stato membro si sentirà vincolato al rispetto del “bail in” e alle altre procedure di risoluzione.
Lo scorporo e la liquidazione di Bpv e Vb, secondo le modalità decise dal governo italiano domenica scorsa, comportano: l’acquisizione da parte di Intesa- Sanpaolo sia dei crediti e degli altri attivi in bonis sia dei depositi e delle obbligazioni senior delle due banche venete; un processo di ristrutturazione del nuovo complesso bancario che implicherà una forte riduzione dei suoi dipendenti in Veneto; la messa in liquidazione delle sofferenze nette (pari a circa 5 miliardi perché iscritte in bilancio intorno al 35% del loro valore nominale), degli altri crediti problematici (circa 5 miliardi con valore di bilancio pari a circa il 50% dei valori medi nominali) e delle partecipazioni (pari a circa 1,7 miliardi) di Bpv e Vb. L’attivo di bilancio di Intesa-Sanpaolo aumenterà, così, di circa 30 miliardi.
Per assicurare all’acquirente l’invarianza dei coefficienti patrimoniali e per coprire gli oneri della ristrutturazione, lo stato trasferirà a Intesa-Sanpaolo 4,7 miliardi; e fornirà garanzie aggiuntive rispetto a possibili perdite future pari a 750 milioni. Si tratta poi di compensare lo sbilancio della parte in liquidazione, dato dalla sommatoria fra il totale dei crediti problematici netti (NPL = 10 miliardi) e il valore delle partecipazioni (1,7 miliardi) meno la sommatoria fra il capitale residuo, le obbligazioni subordinate e i fondi rischi di Bpv e Vb (circa 6,2 miliardi). Al riguardo, verranno messe in vendita le partecipazioni delle due banche venete e verrà stipulato un finanziamento a 10 anni di circa 5,5 miliardi con Intesa- Sanpaolo. L’aspettativa è che questo finanziamento sia più che coperto dalla graduale vendita degli NPL. Infine, il Fondo nazionale di garanzia dei depositi sarà probabilmente chiamato a rimborsare – in tutto o in parte – i detentori retail delle obbligazioni subordinate per un valore atteso di circa 200 milioni.
Non è agevole determinare l’impatto delle operazioni dette sul bilancio pubblico italiano e sulla collettività. Se si sommano i circa 5,5 miliardi erogati dallo Stato a Intesa-Sanpaolo e i 5,5 miliardi di finanziamenti contratti dai liquidatori, si arriva a circa 11 miliardi. A ciò si può aggiungere la cancellazione del capitale e dei fondi delle due banche venete (circa 6,2 miliardi) per un conto complessivo di più di 17 miliardi. L’auspicio è che larga parte di tali oneri possa essere coperta, in futuro, dai risultati della liquidazione. Resta il fatto che, se si riconosce la natura pubblica della liquidazione, gli aiuti pubblici ammontano oggi a circa 11 miliardi; e, a dispetto della sostanza delle regole europee, circa la metà di questi aiuti è destinata al maggiore e più profittevole gruppo bancario del paese che già vantava una diffusa rete di sportelli in Veneto. Posto che l’offerta di Intesa- Sanpaolo sia stata prescelta grazie a un processo concorrenziale, non vi è che da congratularsi per l’iniziativa del management di quella banca. Il caso di Bpv e di Vb rappresenta, però, un precedente che rischia di comportare altri futuri oneri per lo stato italiano. Perché i potenziali finanziatori di banche regionali e locali, ancora in difficoltà, dovrebbero accollarsi il peso di una ricapitalizzazione invece di acquistare a 1 euro le attività e passività in bonis di queste stesse banche? È necessario dare una credibile risposta all’interrogativo per non accrescere i costi collettivi derivanti dalle fragilità del settore bancario italiano.

Marcello Messori

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