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Dietro lo strano silenzio della Merkel un possibile via libera all’intervento Bce

BRUXELLES — Mentre l’euro barcolla, mezzo governo tedesco è in vacanza. La Merkel si trova da alcuni giorni in Alto Adige. Il ministro delle Finanze Schauble è partito ieri, dopo aver ricevuto a Berlino il suo collega spagnolo De Guindos e aver dichiarato che la fibrillazione dei mercati è «sbagliata ». Forse pensano di meritarsi un po’ di riposo dopo aver fatto i compiti a casa, come dice la Cancelliera. O forse non vogliono allarmare ulteriormente le piazze finanziarie e cercano di dare l’impressione che sia tutto sotto controllo.
Sul fronte opposto, il governo spagnolo sembra in preda ad un parossismo di eccitazione, non sempre accompagnato dalla necessaria lucidità. La crisi di nervi è cominciata la settimana scorsa con il ministro del Bilancio che ha annunciato che il Paese non ce l’avrebbe fatta senza aiuti internazionali, mandando lo spread alle stelle. E’ proseguita con il comunicato congiunto italo-franco-spagnolo pubblicato dal ministero degli esteri di Madrid e subito smentito da Roma e Parigi. Intanto il ministro spagnolo dell’Economia fa la spola tra Berlino e Parigi ripetendo come un mantra che «bisogna dare rapida attuazione alle decisioni del vertice di giugno». Un concetto ovvio, che infatti tutti i suoi interlocutori, un po’ perplessi, sottoscrivono. Ma che non farà anticipare alla Corte suprema tedesca la sentenza sulla costituzionalità del nuovo fondo salva-Stati, fissata per il 12 settembre.
In realtà, il governo spagnolo vuole evitare a tutti i costi di dover chiedere un prestito all’Europa come hanno già fatto Grecia, Irlanda e Portogallo. Ma, se anche lo facesse, potrebbe contare per ora solo sulle casse semivuote del vecchi fondo salva stati, l’Efsf, che può ancora disporre solo di 250 miliardi, di cui fino a cento sono già impegnati per il salvataggio delle banche iberiche. Quel che resta potrebbe non bastare neppure per un intervento calmieratore del meccanismo anti-spread varato al vertice di giugno, qualora Madrid decidesse di farvi ricorso.
Questo significa che l’unico ossigeno possibile per superare la lunga apnea d’agosto potrà venire solo da un intervento della Bce. Dopo le vacanze estive, infatti, si rimetterà in moto la macchina politica con una serie di interventi già in calendario. A settembre si dovrebbe avere il via libera della Corte di Karlsruhe al nuovo fondo salva stati, l’Esm, forte di cinquecento miliardi freschi. Sempre a settembre la Commissione presenterà la proposta per dare alla Bce poteri di vigilanza bancaria su tutto il sistema finanziario europeo. La norma sarà approvata entro l’anno e a quel punto il prestito alle banche spagnole verrà depennato dal conto del debito pubblico di Madrid. A ottobre il quartetto presenterà il rapporto intermedio con proposte precise sull’Unione bancaria, che dovrebbe essere varata in tempi relativamente brevi rompendo la spirale tra crisi del debito e crisi finanziaria.
Sono tutti segnali sulla irreversibilità dell’euro, come dice Mario Draghi. E si potrebbe anche riaprire il capitolo della concessione all’Esm di una licenza bancaria, che metterebbe il fondo salva-Stati in grado di respingere davvero gli attacchi speculativi contro i paesi più deboli. Ieri il governatore della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, ha fatto un’apertura in questo senso e subito i mercati hanno tirato un sospiro di sollievo.
La questione di fondo, naturalmente, resta il conferimento alla Bce del ruolo di prestatore di ultima istanza, che avrebbe l’effetto
di federalizzare il debito europeo. Ma su questo punto di principio la Merkel ha posto la condizione che qualsiasi condivisione del debito debba essere preceduta dalla rinuncia alla sovranità sui bilanci nazionali. Un assioma su cui il governo tedesco, pressato da una
opinione pubblica interna sempre più intransigente, non cederà di un passo.
E tuttavia la Cancelliera democristiana ha già dimostrato in passato di saper essere flessibile, a suo modo. E’ successo a fine dell’anno scorso quando, incontrando Monti e Sarkozy, la Merkel accettò il principio della totale non ingerenza nelle scelte della Bce. Questo consentì a Draghi di lanciare il finanziamento per mille miliardi alle banche, salvando l’Europa dal tracollo finanziario. La politica di acquiescenza mise la Cancelleria in rotta di collisione con la Bundesbank e in difficoltà con gli alleati liberali, ma la Merkel ha pagato senza fiatare il prezzo di quella scelta, che anzi è stata ribadita all’ultimo vertice di giugno. Il suo silenzio di questi giorni, mentre Draghi si dice pronto ad intervenire «senza tabù», potrebbe dunque non essere dettato solo dalla parentesi vacanziera, ma costituire un implicito via libera a che il presidente della Bce le tolga, per la seconda volta, le castagne dal fuoco.

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