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Dietro lo sportello? Sempre più Stato

Una decina di giorni fa, Nigel Lawson — cancelliere dello Scacchiere ai tempi dei governi di Margaret Thatcher — ha invitato il governo di Londra a nazionalizzare totalmente la Royal Bank of Scotland (Rbs). Che Lord Lawson, 80 anni, sia un liberale è fuori discussione. Che durante la sua carriera politica — il «Lawson boom» britannico della seconda metà degli Anni Ottanta porta il suo nome — abbia sempre scelto di privatizzare e si sia opposto alle nazionalizzazioni è altrettanto certo. Il fatto è che oggi è esasperato, forse disperato. Più di quattro anni dopo il crollo della Lehman Brothers, vede che molte banche continuano a fare business as usual, a comportarsi come se nulla fosse successo.
Il prezzo da pagare
La Rbs, per dire, è in procinto di pagare mezzo miliardo di sterline (quasi 600 milioni di euro) per essere stata coinvolta nello scandalo della manipolazione del Libor, il benchmark sui tassi d’interesse. Lord Lawson, che fa parte della commissione parlamentare britannica sugli standard bancari, è anche scandalizzato dalla politica (e dalla cultura) dei grandi istituti che continuano a pagare altissimi bonus alle cosiddette star delle loro dealing room, «individui che tra l’altro non mi impressionano particolarmente». Propone dunque al suo successore all’Exchequer — cioè al ministro del Tesoro George Osborne — di nazionalizzare il 18 per cento di Rbs che lo Stato non controlla già e di trasformare l’istituito — oggi guidato da un banchiere d’investimento, Stephen Hester — in un veicolo che si limiti a prestare denaro alle imprese e all’economia. Anche perché — aggiunge — oggi è in atto «una enorme attività di lobbying bancario» contro la proposta avanzata dalla commissione indipendente Vickers, voluta dal governo, di separare l’attività tradizionale di prestito delle banche dalle più rischiose operazioni in proprio.
Mal comune
La denuncia di Lawson è interessante perché non coglie un problema solo britannico. Nei giorni scorsi, il caso del Monte dei Paschi ha occupato le cronache e i magistrati in Italia e i commentatori economici di mezzo mondo. Intanto, il governo olandese nazionalizzava la Sns Reaal, quarta banca dei Paesi Bassi, considerata di importanza «sistemica» (la Abn Amro, non meno rilevante, è ancora nelle mani del governo dell’Aja dopo essere stata nazionalizzata nel 2009, al culmine della crisi finanziaria). È che il sistema bancario europeo è ancora fragilissimo. In Spagna, lo scoppio della bolla immobiliare ha provocato effetti seri sui bilanci del Bbva, del Santander, di Caixabank. In Germania, le Landesbanken — pubbliche — stanno ristrutturandosi e riducono le loro ambizioni internazionali, ma alcune mostrano ancora segni di fragilità nei bilanci e nella governance. In Gran Bretagna, Barclays, anch’essa coinvolta nello scandalo Libor, è sotto inchiesta per operazioni sospette riguardanti il rapporto con il fondo sovrano del Qatar, che nel 2008 intervenne per darle un’iniezione di capitale. E la Financial Services Authority sta conducendo un’inchiesta su migliaia di swap venduti dalle banche a piccole imprese, si sospetta con la frode.
Legittimi dubbi
L’impressione, non sempre giustificata, ma comunque forte nell’opinione pubblica e nei governi, è che ci sia del marcio nel sistema bancario. O che ci sia, come minimo, una fascia di grandi banchieri e di grandi investitori del settore che nel tempo hanno accumulato un potere fortissimo, consolidato da una cultura da intoccabili, che li porta non solo a fare poderose operazioni di lobbying in difesa dei loro interessi ma anche ad approfittare del fatto che le banche sistemiche non possono essere lasciate fallire (too-big-to-fail) e dunque attraverso esse si può continuare a intraprendere operazioni a alto rischio, tanto saranno poi salvate dal denaro dei contribuenti. Un sistema di potere che nulla ha a che fare con il mercato ma che in sostanza ricatta governi e contribuenti. E rispetto al quale, dunque, anche un liberale pro-business come Nigel Lawson preferisce la nazionalizzazione, come momento di passaggio per riscrivere i termini del gioco.
L’Unione
In questa situazione, la Commissione europea sta elaborando i suoi progetti da proporre agli Stati riguardo all’Unione bancaria che dovrebbe interessare l’Eurozona.
Bene, in questa discussione sta sollevando onde alte quello che sembra essere l’orientamento dell’esecutivo di Bruxelles, cioè rinviare al 2018 l’obbligo del cosiddetto bail-in per le banche in crisi, cioè dell’imposizione di perdite agli azionisti e ai detentori di obbligazioni prima che i governi intervengano a salvare un istituto con il denaro dei contribuenti.
Per altri cinque anni, il sistema di potere banchieri/grandi azionisti che di fatto manipola i mercati verrebbe così graziato. Problema serio: anche perché «l’alternativa Lawson», cioè le nazionalizzazioni con penalizzazione degli investitori, non sempre e soprattutto non ovunque sono necessariamente un bello spettacolo: l’intreccio tra politica e banca del caso Monte dei Paschi fa correre qualche brivido lungo la schiena.

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