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«Dieselgate? Non fu un errore isolato»

Berlino C ’è un problema di «mentalità» all’origine dell’imbroglio Volkswagen sulle emissioni. Lo hanno ammesso ieri i vertici della casa automobilistica. E’ un primo passo sulla strada della ricostruzione del come sia stato possibile che il gruppo industriale sia finito in uno scandalo che lo sta mettendo sotto una pressione fortissima: dai punti di vista delle vendite, delle strategie, della reputazione e delle prospettive finanziarie. Si tratta di un inizio, ma insufficiente a chiarire dove risieda la responsabilità ultima dell’accaduto, tanto che l’indagine condotta da uno studio legale americano andrà avanti, non si sa per quanto.
In una conferenza stampa, il presidente del consiglio di sorveglianza, Dieter Pötsch, e l’amministratore delegato, Matthias Müller, hanno spiegato che il software installato su 11 milioni di auto vendute in America, grazie al quale le emissioni misurate nei test erano molto inferiori a quelle su strada, fu introdotto nel 2005 perché il gruppo voleva entrare con forza nel mercato degli Stati Uniti con i motori diesel. Non aveva però la tecnologia per superare i test di emissione, il tempo per trovarla e il denaro per svilupparla. Qualcuno decise così per la scorciatoia. Al momento non si sa – comunque non è stato detto – a quale livello del management sia stata presa la decisione. Pötsch ha però ammesso che non si è trattato «dell’errore di una volta»: non è arrivato a parlare di sistema ma ha ammesso «una catena di errori». Allo stesso tempo ha assicurato che non ci sono indicazioni per sostenere che i massimi livelli del gruppo – i consigli di sorveglianza e di gestione – ne fossero informati. Difficile stabilire cosa possa essere più preoccupante per la Volkswagen: un vertice che dà il via libera al tentativo di aggirare i controlli negli Stati Uniti oppure una cultura d’impresa diffusa che ammette l’imbroglio. Lo studio legale Jones Day continuerà a lavorare per chiarire anche questi aspetti. «Siamo nel mezzo di uno dei maggiori test nella storia del gruppo», ha commentato Pötsch.
In un’intervista a Bloomberg Television, Müller ha poi detto che la Volkswagen non ha intenzione di vendere alcuno dei 12 marchi che fanno parte del gruppo; ci saranno però «aggiustamenti» nel portafoglio dei 300 modelli ora prodotti. Che non vuole ridurre l’occupazione. Che i costi verranno tagliati, compreso l’aereo aziendale. Che gli accantonamenti di 8,7 miliardi legati allo scandalo saranno mantenuti tali, anche se un ricalcolo oggi non prevedibile andrà fatto sulla base delle soluzioni tecniche trovate con le autorità americane. E ha raccontato che nello sforzo di ricostruire la vicenda delle emissioni il vertice ha invitato i dipendenti a denunciare le irregolarità notate: si sono fatti avanti in un centinaio ma, a parte una denuncia anche sulle emissioni di anidride carbonica, non sono usciti elementi di cui l’azienda non si fosse già accorta. La gestione della crisi continua.
Un altro caso scuote intanto la Germania: quello dei gas refrigeranti banditi dalla Ue e adoperati dalla Daimler. Berlino ne risponderà davanti alla Corte di Giustizia europea.

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