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Dieci dossier aperti con la Ue

Il passaggio nel girone dei virtuosi del deficit e la golden rule per rilanciare gli investimenti. La fine del braccio di ferro tra Consiglio Ue ed Europarlamento sul bilancio Ue 2014-2020 con il riconoscimento delle specificità nazionali nella riforma della politica agricola comune e i “distinguo” sui fondi strutturali. Ma anche l’esclusione dei titoli di Stato dalla Tobin tax e avanti tutta con la vigilanza unica bancaria. O i capitoli rimasti sottotraccia che riguardano l’economia reale: il finanziamento della rete di infrastrutture, la mobilità su rotaia e il riconoscimento delle qualifiche professionali. Sono almeno dieci i fronti aperti a Bruxelles che hanno un impatto significativo per l’Italia e terranno impegnato il nuovo governo nei prossimi mesi.
Il match più impegnativo si giocherà a partire dal 3 maggio, quando la Commissione Ue presenterà le previsioni economiche di primavera con le stime di deficit-Pil per il 2013. Per ritenersi al sicuro l’Italia – che nel 2012 secondo Eurostat ha viaggiato con un disavanzo al 3% del Pil – dovrà tenersi al di sotto di quella soglia. Alla luce di queste previsioni il 29 maggio l’esecutivo Ue deciderà sulla chiusura della procedura per deficit eccessivo aperta nel 2009. I segnali provenienti da Bruxelles sembrano però rassicuranti, perché nella loro valutazione gli “arbitri” di Olli Rehn terranno conto anche degli sforzi passati di aggiustamento strutturale. La fine della procedura rappresenterà una promozione nel gruppo di testa dei virtuosi, proprio mentre altri big come Francia e Spagna stanno negoziando tempi supplementari per ridurre il loro deficit.
In estate entrerà così nel vivo la partita sulla golden rule, avviata da Mario Monti un anno fa. L’obiettivo è utilizzare i margini di flessibilità previsti dal patto di stabilità Ue per pre-dedurre dal calcolo del disavanzo le spese di cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali e le risorse per le grandi infrastrutture – che possono essere certificate e monitorate – per rilanciare la crescita. Il dibattito è in corso a livello di Commissione e Consiglio Ue, ma la strada per il nuovo governo sarà tutta in salita, perché non sarà facile convincere i “falchi” del Nord, Germania in testa.
Rischia, poi, di avere conseguenze pesanti per il nostro Paese in termini di programmazione delle risorse l’impasse sulle prospettive finanziarie Ue 2014-2020, a causa dello scontro tra l’Europarlamento e il Consiglio sul bilancio rettificativo 2012. I lavori del “trilogo”, ovvero il negoziato a tre punte tra Paesi membri, esecutivo Ue ed eurodeputati, dovevano partire la settimana scorsa, ma il fischio d’inizio è stato rinviato. Per l’Italia sono in ballo 29,6 miliardi per le politiche di coesione e 38-39 miliardi per la politica agricola nei prossimi sette anni, in base al compromesso raggiunto al vertice Ue di febbraio.
Se sulla cornice è ancora stallo, prosegue invece in parallelo il negoziato sulla riforma della Pac e dei fondi strutturali. Sulla politica agricola il trilogo è in corso. «Si tratta di un negoziato molto complesso, con oltre 600 testi da analizzare – spiega Paolo De Castro, presidente della commissione agricoltura dell’Europarlamento –: i temi più spinosi sono gli aiuti ai giovani e la black list degli agricoltori non professionali». Nella sua proposta, infatti, la Commissione Ue ha chiesto di destinare il 2% delle risorse ai giovani agricoltori, che detengono l’8% del settore in Europa.
L’altro tema caldo riguarda l’esigenza di destinare fondi solo agli agricoltori professionali e di compilare una lista di quelli che non lo sono. Per il Parlamento Ue entrambe le misure devono essere vincolanti, mentre il Consiglio opterebbe su scelte volontarie. L’Italia, aggiunge De Castro, «si batte anche per escludere le colture arboree, come gli ulivi e gli agrumi, dall’obbligo della messa a riposo e insiste sulla necessità di erogare aiuti a produttori e consorzi di tutela della qualità».
Sulla riforma dei fondi strutturali gli eurodeputati italiani promettono invece battaglia sui nuovi princìpi di condizionalità ex ante (legata alle riforme strutturali attuate) ed ex post (legata alla performance macroeconomica e all’utilizzo delle risorse) contenuti nella proposta della Commissione. «Per l’Italia – dice Erminia Mazzoni (Ppe), membro della commissione sviluppo regionale e relatore del pacchetto coesione – alcuni requisiti avrebbero gravissime conseguenze. Anche dal punto di vista delle regole contabili, perché noi inseriamo queste spese nella voce previsionale e il blocco dei fondi causerebbe notevoli difficoltà».
Mentre prosegue il cantiere per la vigilanza bancaria unica sotto l’egida della Bce, il nostro Paese insieme a Francia e Spagna ha già preannunciato scintille in vista dell’Ecofin del 20 giugno dedicato allo schema di gioco a 11 Paesi sulla tassa sulle transazioni finanziarie. Toccherà al nuovo ministro dell’Economia difendere i titoli di Stato dall’applicazione della Tobin tax.

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