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Dieci anni senza Jobs La Apple di Tim Cook resta regina di Big Tech

Steve Jobs, nel momento in cui gli aveva consegnato le chiavi della Apple, era stato chiaro: «Fai di testa tua – gli aveva consigliato – e non domandarti ogni volta “Cosa farebbe ora Steve”». Tim Cook, alla fine, gli ha dato retta. E dopo dieci anni alla guida della mela più famosa del mondo i conti, dati alla mano, tornano: il giro d’affari del terzo trimestre 2021 è più del triplo (81 miliardi) di quello degli stessi mesi 2011. I profitti sono quadruplicati. Nel 2011, al momento del passaggio del testimone, aveva sorpassato temporaneamente Exon diventando l’azienda con più valore in Borsa. Oggi ha consolidato – e per distacco – il primato. Apple vale 2.500 miliardi a Wall Street, 600 miliardi circa più del Pil dell’Italia, e ha lasciato a distanza un’altra stella del petrolio, l’araba Aramco, che al momento della quotazione l’aveva scavalcata per qualche settimana.La gestione Cook – finanziariamente parlando – ha regalato performance da sogno anche ai soci del colosso hi-tech che hanno creduto in lui: chi aveva in portafoglio mille dollari di titoli Apple due lustri fa se ne ritrova oggi (considerando i dividendi reinvestiti) 16.866, con un guadagno medio annuo del 32%. Pochi hanno fatto meglio negli ultimi dieci anni: la società fondata da Jobs ha guadagnato il 1.100%. Netflix ha messo assieme nelle stesso periodo un +1.800%, grazie a un mercato di riferimento – quello della tv on demand – completamente trasformato. La rivoluzione dell’e-commerce e la pandemia hanno spinto le azioni Amazon a +1.500% anche se la società di Jeff Bezos vale il 20% in meno di Apple. Anche Tencent (grazie al boom dell’economia cinese) e Microsoft hanno guadagnato lievemente di più alla Borsa di New York, ma la società di Cook è riuscita con facilità a difendere la maglia rosa in un mondo in cui tante ex star come Nokia e Blackberry sono sparite dal radar.La rivoluzione gentile di Cook ha cambiato l’identikit di Apple senza bisogno delle invenzioni geniali di Jobs. L’innesto di un ingegnere alla guida del gruppo, anzi, ha contribuito a ridisegnare l’azienda in modo graduale. L’iPhone è ancora il cavallo di battaglia e da solo ha garantito nel 2020 39,6 miliardi di entrate, più di quanto fatturava tutta l’azienda nel 2011. Le due vere novità nel catalogo di prodotti sono gli Apple Watch e gli Air Pods. Più, volendo, gli schermi sempre più grandi degli iPhone, un’eresia (forse) per la vecchia gestione, imposta da Cook che aveva intuito dove si stava orientando il mercato. Il vero capolavoro però è stata l’invenzione, o quasi, delle attività nei servizi come il cloud, gli abbonamenti musicali e le app vendute con gli smartphone e con l’Apple Store. Questo business valeva solo due miliardi l’anno nel 2011, oggi ne macina 53.Il decennio di Cook, ovviamente, ha avuto anche momenti no. Come le polemiche legate all’obsolescenza programmata dei telefonini, i guai del MacPro, il flop dell’Air Power. Inciampi che non hanno frenato la corsa di conti e quotazioni. Il difficile, volendo, arriva ora. Il gigantismo e la redditività, in un mondo che sta cercando come ridimensionare i monopoli di Big Tech, sono un problema. Apple è finita nel mirino dell’antitrust in particolare per il monopolio su Apple Store, ha una causa complicata con Epic Games, il creatore di Fortnite. Sulla sua testa pende la spada di Damocle della minimum tax. Cupertino però sta iniziando a lavorare anche su nuovi prodotti che potrebbero garantire nuova vita (e guadagni) nei prossimi anni: si va dall’auto elettrica alla realtà virtuale e aumentata, fino ai servizi bancari e all’ingresso nella sanità. Tutti settori che – a giudicare dalla fiducia della Borsa nei titoli – potrebbero garantire a Cook una navigazione serena anche nel secondo decennio del suo mandato.

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