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Dieci anni dopo i Tango Bond l’Odissea dei 300 mila italiani

di Massimo Sideri

Prima dell'annuncio di un default c'è sempre un fine settimana, un lungo «weekend del crac» in cui l'irreparabile e le angosce vengono al pettine. È stato così per il fallimento della Parmalat nel 2003. È stato così con la bancarotta di Lehman Brothers il 15 settembre del 2008. Il lunedì nero, brutalmente, sembra essere solo l'ufficializzazione sui mercati di ciò che molti sapevano e nessuno osava dire. E l'Argentina non ha fatto eccezione: il lungo weekend del crac fu quello del 23 dicembre 2001, quasi dieci anni fa. Nemmeno il Natale alle porte potè fare nulla per allontanare il destino del Paese o, forse, fu usato apposta per sacrileghi fini mediatici: quella domenica il nuovo presidente peronista Rodriguez Saá salì alla Casa Rosada per il mandato più breve della storia, 7 giorni, se non fosse per quello del suo predecessore, Ramòn Puerta (3 giorni), e del suo successore Eduardo Camaño che — vero record mondiale — governò solo l'1 e il 2 gennaio 2002.
Nemmeno il tempo di giurare e Saá dichiarò che l'Argentina non avrebbe pagato il proprio debito estero da 100 miliardi di dollari, una mossa chiesta dalla piazza inferocita e consumata dalla crisi: il bilancio di Buenos Aires era ufficialmente in bancarotta e gli italiani che ne detenevano il 10% furono travolti.
Il coraggio al neopresidente filtrò probabilmente dalla paura: nelle 48 ore precedenti un'Argentina che non aveva ancora dimenticato l'oscurantismo sanguinoso della dittatura militare di Videla si era riversata sulla piazza simbolo della storia del Paese, Plaza de Mayo, al grido «Que se vaya», vada via, rivolto a Puerta. Bollettino di guerra: 22 morti e 500 feriti negli scontri. Puerta era l'uomo-tappo che l'establishment argentino aveva tentato di mettere al posto di Fernando de la Rùa. Le crisi — nel 2001 non c'era Twitter — arrivano all'esterno semplificate per immagini. E una di queste è sicuramente la fotografia di de la Rùa costretto a fuggire dalla Casa Rosada in elicottero per scampare a un possibile linciaggio della folla. Le altre fanno parte dell'immaginario collettivo: le file dei correntisti esasperati davanti alle banche chiuse dopo il corralito, cioè l'insieme di manovre con cui il governo di Eduardo Duhalde bloccò i conti in dollari dichiarando la fine del cambio fisso peso-dollaro americano. I cacerolasos prima della crisi — gli assordanti manifestanti che usavano vecchie pentole per arrivare nelle stanze del potere e che ricordano gli attuali Indignados — e i cartoneros dopo, la ex classe media che al netto della retorica della maxi-ripresa del Pil finì in miseria tra i cartoni per non uscirne più. Ancora oggi li si può incontrare lungo l'Avenida 9 de julio che collega la piazza del Congresso con la residenza presidenziale. Unica giustizia che hanno ottenuto: non essere allontanati dal centro e dalle coscienze dei politici. Le immagini potrebbero continuare: i saccheggi del centro di Buenos Aires, lo stato d'assedio. Il bellissimo e aristocratico quartiere della Recoleta con i cartelli vendesi sulle finestre sbarrate: nel 2002 100 metri quadrati venivano offerti anche ai turisti per 100 mila dollari, un prezzo già raddoppiato nel 2003. L'unica cosa che non si è mai fermato è stato lo spettacolo di tango al Viejo Almacen.
Il default, certo, ha aiutato la macroeconomia pur non arrivando a distillare risorse nelle microstorie. Dei 100 miliardi ne sono stati pagati solo tra i 30 e i 40 in due piani di concambio, tutti e due firmati dalla nuova dinastia emersa dal crac, quella dei coniugi Kirchner, Nestor (morto di infarto nel 2010) e Cristina, attuale «presidenta». Da outsider — come richiedeva la crisi il cui unico pregio è stato quello di fare piazza pulita nella politica incancrenita dell'Argentina spazzando via tutta la generazione cresciuta all'ombra del potentissimo Menem — i Kirchner hanno cavalcato la nuova vita dell'Argentina facendo del concambio del debito il loro cavallo di battaglia populista. Come dicono gli argentini il peronismo è una delle cose più dinamiche che esista: assorbe tutti quelli che possono andare al governo. Alla lunga sono tutti peronisti. E i Kirchner, in questo, hanno seguito le orme dei predecessori. Ma ancora oggi, a dieci anni di distanza dal crac, gli anni dell'entusiasmo per Evita Peron sono lontani: dagli scontri del 2001 non è più possibile avvicinarsi alla Casa Rosada più di tanto e le pesanti transenne non sono state più tolte quasi a voler tenere lontani i fantasmi.
Oggi nella «Terza Buenos Aires», Puerto Madero, vero simbolo dell'Argentina a più velocità, quartiere dei ristoranti italiani e dello shopping, ci sono tra gli alberghi più lussuosi del mondo. Sembra di essere in un angolo di New york. Il prodotto interno lordo — grazie al neo-dinamismo delle economie sudamericane — ha superato anche quello pre-crisi degli anni Novanta. Insomma, nel bene o nel male l'Argentina ha dimostrato che anche uno stato sovrano può finire in bancarotta senza morire. Ma tra le vittime se ne contano almeno tre: 1) i risparmiatori esteri, molti italiani, che hanno dovuto subire l'offerta giudicata «capestro»; 2) la classe media del Paese estinta; 3) i buoni del Tesoro argentino: qualche emissione locale è stata fatta, ma tornare massicciamente sul mercato sarà un'altra cosa. I Tango bond sono ormai un marchio di fabbrica.
 

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