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Dichiarazioni, il Covid gonfia il prospetto degli aiuti di Stato

Negli stessi giorni in cui il governo vara il decreto semplificazioni, imprese e professionisti – alle prese con la compilazione delle dichiarazioni dei redditi 2020 – devono fronteggiare la richiesta di trasmissione di dati da parte della pubblica amministrazione. Utilizzando modelli dichiarativi le cui dimensioni continuano a lievitare: le istruzioni del modello redditi società di capitali, ad esempio, passano dalle 256 pagine del 2019 alle 280 del 2020; mentre ai redditi delle persone fisiche sono dedicate ben 367 pagine contro le 341 dell’anno precedente. Senza considerare, per coloro che ne sono tenuti, la redazione del modello Irap e la compilazione dei dati rilevanti ai fini degli Isa.

L’accrescimento del volume delle istruzioni corrisponde, evidentemente, all’incremento del numero di informazioni richieste dall’amministrazione finanziaria: fenomeno ormai consolidato, ma che lascia perplessi se inserito in un contesto in cui, proprio negli ultimi anni, è cresciuto a dismisura il numero dei dati che gli operatori economici sono tenuti a inviare al fisco in corso d’anno. Si pensi all’impatto della fatturazione elettronica, che permette all’amministrazione di verificare in tempo reale le operazioni poste in essere dai contribuenti. Proprio l’acquisizione automatica dei dati in tempo reale, in un sistema che funziona, dovrebbe favorire il raggiungimento degli obiettivi per cui è stata implementata, ovvero:

1 controlli selettivi, più tempestivi ed efficaci;

2 riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti.

Si deve invece rilevare come spesso le richieste dell’amministrazione finanziaria afferiscano o a dati poco rilevanti ai fini dei controlli oppure a informazioni già in possesso della Pa.

In tal senso caso eclatante è quello delle indennità erogate in più forme agli operatori economici in difficoltà a causa della pandemia e, in particolare, ai cosiddetti contributi a fondo perduto. Nonostante tali contributi siano stati richiesti attraverso la trasmissione di apposite istanze alle Entrate e siano stati liquidati dalla stessa Agenzia mediate versamenti sui conti correnti indicati dai contribuenti interessati, in sede di redazione della dichiarazione dei redditi gli stessi contribuenti dovranno specificare gli importi ricevuti. Ad esempio, relativamente a una società di capitali, dopo aver correttamente indicato tra le variazioni in diminuzione del quadro RF i contributi percepiti, occorrerà compilare – per ciascun contributo ricevuto – il prospetto «aiuti di Stato» contenuto nel quadro RS, specificando, oltre alle altre informazioni richieste, se trattasi di:

contributo a fondo perduto ex articolo 25 del Dl 34/2020;

contributo a fondo perduto ex articolo 59 del Dl 104/2020;

contributo a fondo perduto ex articolo 1 del Dl 137/2020;

detassazione di contributi, indennità e di ogni altra misura ex articolo 10-bis del Dl 137/2020;

contributo a fondo perduto ex articolo 2 del Dl 149/2020;

contributo a fondo perduto ex art. 2 del Dl 172/2020.

Se la questione è delicata, poiché tocca proprio i sostegni che dovrebbero alleviare le condizioni di operatori economici fiaccati dalla crisi, va rilevato come sia usuale vedersi recapitare dalla Pa richieste di esibizione di documenti già in suo possesso, siano i bilanci o le copie cartacee delle fatture elettroniche, disattendendo il principio dell’“once only”, sebbene sia sancito da una legge dello Stato.

Non c’è sorprendersi, allora, se il rapporto Doing Business relega ogni anno l’Italia nelle posizioni di rincalzo della classifica sulla complessità del sistema fiscale (al 128° posto su 190 paesi nel 2020), rilevando un eccesso di adempimenti. Piuttosto c’è da chiedersi se l’acquisizione e la gestione di dati inutili possa rappresentare un onere per la stessa Pa, sul piano dell’organizzazione e su quello della percezione da parte del contribuente.

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