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DiaSorin, scatto negli Usa Alla Borsa piace: più 10%

Il leone va sfidato a casa sua. Nella patria del biotech DiaSorin, la multinazionale della diagnostica con base a Saluggia (Vercelli) lancerà un’Opa amichevole sulla texana Luminex da 1,8 miliardi di dollari. Nascerà un gruppo che avrà un focus nordamericano con il 53% dei ricavi distribuiti tra Stati Uniti e Canada e 1.700 dipendenti nell’area. «Consolidiamo una strategia di crescita tecnologica che guarda al mondo post Covid. Ma la testa del nuovo gruppo dopo la fusione sarà ancora in Italia», spiega Carlo Rosa, ceo di DiaSorin che guarda alle nuove dimensioni. Il gruppo italiano ha appena chiuso un anno record con ricavi lordi a 881 milioni, in crescita del 25%, e margini in aumento del 39%, a 385 milioni, che ha portato il valore in Piazza Affari a 7,8 miliardi di euro. Luminex, public company quotata al Nasdaq dove capitalizza 1,5 miliardi di dollari è partecipata da Blackrock al 15% e da Vanguard al 10,9%, oltre che da una pattuglia di istituzionali, da Rgm Capital ai fondi di Goldman Sachs. Fattura 417 milioni di dollari nel 2020, in aumento del 25%.

Con Luminex — la chiusura dell’operazione è attesa nel terzo trimestre ma gli italiani hanno già prenotato un Investor day a settembre — DiaSorin fa un ulteriore salto nella diagnostica molecolare, in un mercato che vale tra 25 e 30 miliardi di dollari. Non solo, moltiplica le opportunità nel life science in virtù delle collaborazioni con istituzioni scientifiche e accademiche e per questa via disegna un percorso di partnership con Big Pharma su vaccini e farmaci biologici. Più a breve, si stimano risparmi di costi dalla fusione per 55 milioni.

Entusiasta la reazione in Borsa dove il titolo italiano ha chiuso a +9,63%. Mentre a New York Luminex si è rapidamente allineata al prezzo dell’Opa a 37 dollari (+11%). Il mercato mostra di accettare un’operazione che ha «multipli americani», dunque costosa secondo gli standard europei e che paga un premio del 23,1% rispetto a febbraio, quando erano uscite le prime indiscrezioni, e del 47,5% se si guarda ai tre mesi precedenti. Con un mix di cassa e debito, l’operazione sarà finanziata per 1,6 miliardi da prestiti di un pool che vede Bnp Paribas, Citi, Mediobanca e UniCredit. Nutrita anche la pattuglia degli advisor con Morgan Stanley, Cravath Swaine & Moore, Pedersoli, Dla Piper, Slaughter & May e Clifford Chance.

Con l’ultima mossa americana (aveva già comprato nel 2016 la Focus diagnostics), DiaSorin prende il testimone di un ristretto gruppo made in Italy che nell’ultimo bienno ha fatto rotta sui mercati globali del biotech. Da Bracco che a metà 2019 ha comprato per 450 milioni di dollari Blue Earth Diagnostics (Uk), a Menarini che ha puntato 677 milioni di dollari su Stemline Therapeutics (Usa) fino a Zambon (Breath Therapeutics, Usa).

Rosa, che ha iniziato a ragionare con l’azionista Gustavo Denegri su Luminex e altre aziende strategiche attorno alla metà dello scorso anno, non esclude per il futuro la bontà di «riflessioni» su un classamento Usa di un gruppo che ormai è tra i primi cinque europei.

«Una sana competizione rende migliori — chiosa il manager —. E gli italiani sono bravi. Anche in un mercato difficile come quello statunitense che è però l’unico a pagare un premium price per prodotti innovativi». Sia lui sia il ceo di Luminex, Homi Shamir — una singolare figura di manager, agronomo di formazione, coltivatore di papaia alle Fiji ma con un importante track record di valorizzazione di aziende tech — segnalano con le medesime parole che il nuovo gruppo avrà «un’offerta di prodotti e servizi ineguagliabile» in tutto il mondo.

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