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Dialogo Fisco-contribuenti, al debutto il nuovo interpello

Un diritto di interpello articolato ma più logico: praticamente eliminata l’obbligatorietà delle istanze e introdotti tempi certi nelle risposte per tutte le tipologie di richieste che possono essere formulate all’amministrazione finanziaria. Questo quello che emerge dalla lettura del decreto legislativo n. 156/2015 (in G.U. del 7 ottobre) che ha riformato l’articolo 11 della legge n. 212 del 2000, cioè lo Statuto dei diritti del contribuente, delineando quello che è il nuovo quadro del c.d. «diritto di interpello», cioè la possibilità di dialogo tra amministrazione finanziaria e contribuenti.

Ecco, in sintesi, alcuni aspetti caratterizzanti la riforma:

– la generale non obbligatorietà dell’istanza fatta eccezione per alcune specifiche fattispecie. Sul punto vi è da sottolineare come l’obbligatorietà non sembrava caratterizzare la norma precedente ma tale requisito è stato indicato dall’amministrazione finanziaria;

– la parcellizzazione tra diverse ipotesi con termini di risposta differenziati;

– la non impugnabilità delle risposte, fatta salva una unica ipotesi relativa al caso dell’interpello disapplicativo;

– il mantenimento della possibilità, da parte del contribuente, di non adeguarsi alla risposta resa da parte dell’amministrazione finanziaria potendo provare successivamente le proprie ragioni.

La relazione di accompagnamento afferma che vi sono, ora, quattro tipologie di interpello. In realtà, altre forme sono introdotte nell’ambito di disposizioni diverse quali il decreto legislativo n . 128 del 2015.

La classificazione che viene fornita dalla norma si dipana attraverso una definizione che riguarda sostanzialmente quattro ipotesi.

Il primo caso è quello dell’interpello ordinario, fattispecie di fatto conosciuta e che viene confermata in quanto si tratta dell’ipotesi in cui il contribuente richiede all’amministrazione finanziaria la corretta interpretazione di una disposizione tributaria. Vi è da ipotizzare che tale tipologia di interpello e di domanda potrà riguardare, statisticamente, le questioni riguardanti le norme di nuova introduzione nell’ordinamento. Viene anche ricompresa nella fattispecie dell’interpello ordinario, quello che viene definito come interpello qualificatorio, cioè la richiesta formulata da un contribuente che, individuata la fattispecie concreta, richiede quale sia il corretto trattamento della fattispecie medesima. La relazione di accompagnamento esemplifica questa ipotesi nell’interpello attraverso il quale si richiede l’individuazione di una spesa tra quelle di pubblicità o di rappresentanza ovvero sulla esistenza di una stabile organizzazione. In tal senso, la norma comunque non può coprire l’ipotesi di accertamento di fatti qualificanti ai fini tributari. Nella relazione di accompagnamento si fa riferimento al classamento o di estimo catastale ma si può pensare anche al caso dell’accertamento di residenza di una persona fisica.

Altra casistica delineata dalla norma è quella del cosiddetto interpello probatorio, La norma lo definisce come l’interpello per la verifica della sussistenza delle condizioni e della valutazione di idoneità degli elementi probatori richiesti dalla legge per l’adozione di specifici regimi fiscali nei casi espressamente previsti. Nella relazione di accompagnamento si esemplificano alcune fattispecie:

– le istanze attualmente previste dall’art. 11, comma 13, della legge 413/91, tese a fornire, in relazione alle operazioni intercorse con imprese residenti o localizzate in paesi c.d. «black list», la dimostrazione delle condizioni esimenti previste dall’art. 110 Tuir;

– le istanze di interpello Cfc ex art. 167 Tuir tese a fornire la dimostrazione delle condizioni previste dal comma 5 del medesimo articolo;

– le istanze presentate dalle società che presentano i requisiti per essere considerate «non operative» ai sensi e per gli effetti della disciplina prevista dall’articolo 30 della legge 30 dicembre 1994, n. 724;

– le istanze previste ai fini del riconoscimento del beneficio Ace di cui all’art. 1 dl n. 201/11, convertito in legge n. 214/11, in presenza di operazioni potenzialmente suscettibili di comportare indebite duplicazioni di benefici.

Ulteriore ipotesi è quella dell’interpello disapplicativo. In relazione a tale ipotesi di interpello, la norma riprende la definizione dell’abrogato articolo 37-bis del dpr n. 600 del 1973 calando un concetto nella norma procedurale che trova riscontro nelle norme sostanziali.

Si tratta, infatti, di fatto dell’unica ipotesi in cui gli interpelli sono obbligatori in quanto riguardanti la specifica fattispecie legata al riporto delle perdite nell’ambito delle disposizioni di cui agli articoli 84 e 172 del Tuir. Nella sostanza, l’obbligo di proporre l’istanza all’Agenzia delle entrate riguarda quei casi in cui delle norme di carattere sostanziale impongono delle limitazioni a fattispecie che, invece, ordinariamente sono consentite quali appunto il caso di riporto a nuovo delle perdite. Altra fattispecie è quella della deducibilità delle minusvalenze in caso di cessione delle partecipazioni.

Principio di non obbligatorietà ed eccezioni. Come accennato, il legislatore, attraverso la riforma, fissa un principio di carattere generalizzato che trova soltanto due eccezioni. Il principio è quello della non obbligatorietà dell’istanza di interpello, con la contemporanea necessità, in caso di mancata proposizione dell’istanza ovvero di risposta negativa rispetto all’istanza, di evidenziare in sede di dichiarazione dei redditi la fattispecie specifica.

In base alle disposizioni normative in materia di interpello, l’obbligo di indicare la situazione nell’ambito del modello Unico riguarda:

– l’applicazione dell’Ace nel caso siano state poste in essere operazioni potenzialmente limitative del beneficio;

– l’applicazione delle disposizioni in materia di società di comodo laddove, evidentemente, la società ritenga in via autonoma di non essere nelle condizioni di dover applicare la norma o, per meglio dire, di possedere le condizioni oggettive che legittimano la non applicazione della stessa. In questa ipotesi si ritiene debbano essere ricomprese anche le situazioni di quelle società in c.d. perdita sistematica sulla base delle disposizioni introdotte dal decreto legge n. 138 del 2011.

Come accennato, l’obbligatorietà dell’interpello sussiste nei casi di applicazione di quanto previsto dagli articoli 84 e 172 del Tuir. La locuzione normativa utilizzata nell’ambito di queste disposizioni di natura sostanziale è infatti quella di disapplicazione che passa attraverso l’interpello. Con particolare riferimento alle fusioni, dovrà essere chiarito il concetto di preventività che connota il diritto di interpello. Infatti, tradizionalmente, l’Agenzia delle entrate ha affermato che l’istanza va presentata prima del termine di presentazione della dichiarazione computando anche i termini per la risposta. Alla luce della nuova formulazione dell’articolo 172 del Tuir non è escluso che, in relazione al concetto di istanza preventiva si possa sostenere come tale concetto sia da ritrovare rispetto al momento di utilizzo della perdita e non a quello di genesi della stessa. Questa lettura, però, aprirebbe una problematica in merito alla tematica del periodo di accertamento che, considerando il riporto senza limiti di tempo delle perdite, sarebbe precluso nel caso in cui, ad esempio, l’istanza riguardasse perdite che si sono generate cinque anni prima dell’istanza. Come detto, ulteriore ipotesi in cui l’interpello rimane obbligatorio è quella della deducibilità delle minusvalenze su partecipazioni che non possiedono i requisiti Pex sino a concorrenza dei dividendi non imponibili percepiti nei 36 mesi antecedenti il realizzo della partecipazione medesima.

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