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Di sovrani sono rimasti solo i debiti

Quando la superpotenza diventa un problema per il resto del mondo, è il caso di preoccuparsi. A Washington la tregua è arrivata, ma la situazione rimane incerta. Il governo americano ha riaperto i battenti: fino al 15 gennaio, poi si vedrà. Il tetto al debito pubblico è stato alzato per evitare il primo default della storia degli Stati Uniti: fino al 7 febbraio e forse un paio di settimane in più. Un armistizio breve — è stato detto — più che una pace. Ora, al Congresso dovranno ripartire i negoziati tra democratici e repubblicani — i primi controllano il Senato, i secondi la Camera — per trovare entro il 13 dicembre un accordo sulla riduzione del deficit del bilancio 2014. Il peggio per ora non è accaduto, ma non è detto che il rischio non si riproponga. La crisi di governance degli Stati Uniti, la seconda in poco tempo dopo quella del 2011, non è comunque passata senza lasciare segni.
Cambi
In sé, niente di drammatico: se una impasse come quella che è andata in scena a Washington fosse accaduta in qualsiasi altra capitale, le reazioni sarebbero state molto più nette, gli investitori avrebbero girato le spalle, sarebbero usciti dalla sua valuta e la crisi avrebbe preso dimensioni serie. Si conferma che gli Stati Uniti sono l’eccezione, che il dollaro e l’America sono il cuore del sistema economico, valutario e commerciale del mondo e nessuno li abbandona a cuore leggero. Hanno il ruolo di ancora del sistema e nessuno per ora li può sostituire. A ben vedere, però, questa volta è diverso. Almeno un pò diverso.
Nei giorni scorsi, si sono registrate reazioni che in altri casi non c’erano state: l’agenzia di rating Fitch ha messo sotto osservazione il debito Usa, passo che potrebbe precedere un declassamento; l’agenzia di rating cinese Dagong il downgrade lo ha già eseguito; Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e le banche centrali di un pò tutto il mondo hanno espresso la loro preoccupazione; di fronte al rischio di default, la Federal Reserve ha deciso di ritardare le operazioni di rientro dalle politiche di stimolo che si apprestava a fare, passo che ha provocato confusione sui mercati. Già nel 2011, Standard & Poor’s aveva tolto la tripla A al debito americano.
Leadership da riconquistare
Nessuno dubita della solidità dell’economia e delle finanze degli Stati Uniti. Anzi, la rivoluzione energetica in corso nel Paese — che li ha portati vicino all’autosufficienza e che probabilmente ne farà già quest’anno il primo estrattore mondiale di idrocarburi — ne sta rilanciando l’industria manifatturiera come non era immaginabile fino pochissimo tempo fa. Di fronte all’Europa bloccata nella sua quasi stagnazione e di fronte a numerosi Paesi in via di sviluppo che rallentano la crescita, l’America sembra spesso la vera economia emergente. Questo fatto, però, non riduce il problema del suo ruolo: al contrario lo aumenta. La superpotenza — che può contare sui vantaggi dati dalla sua centralità economica, finanziaria, valutaria e politica — nella situazione odierna dell’economia globale, incerta sul futuro del dopo Grande Crisi, avrebbe il dovere di svolgere un ruolo di leadership, o almeno di stabilizzazione. Al contrario, la presidenza Obama non sembra volere svolgere questo ruolo, o essere in grado di farlo.
Richard Haas, il presidente dell’influente think-tank «Council on Foreign Relations», ha pubblicato un libro nel quale sostiene che la politica estera comincia a casa, che gli Stati Uniti devono mettere ordine nel loro sistema di governance se vogliono essere credibili nel mondo. In effetti, non è pensabile che crisi come quella dei giorni scorsi a Washington tengano sull’orlo del precipizio il sistema finanziario mondiale. Le reazioni che l’impasse al Congresso ha provocato in Europa, ma anche in Cina dovrebbero fare pensare all’amministrazione Obama e ai legislatori americani che le loro azioni non sono indifferenti per il resto del mondo. La leadership non è un dono di Dio ma qualcosa che va affermato regolarmente. A maggior ragione perché, al momento, l’alternativa alla guida americana è il caos.
Ora, il Congresso di Washington dovrà affrontare la questione dei conti pubblici del Paese. Il debito pubblico nazionale americano è di quasi 17 mila miliardi di dollari (12,6 mila miliardi di euro): superiore al Prodotto interno lordo, che è di quasi 16 mila miliari. Si tratta di una quota non indifferente del debito pubblico mondiale, che è di 52 mila miliardi di dollari. Mettere ordine a casa, affrontare il problema del debito, sarebbe un contributo immediato agli sbilanci finanziari globali. E il modo migliore di riaffermare la leadership americana.

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