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Deutsche, piano anticrisi In arrivo 35mila esuberi

Deutsche Bank esce da dieci paesi e taglia 9mila dipendenti. È una cura drastica, quella messa a punto dal nuovo ceo John Cryan. Un piano che si pone come obiettivo quello di riportare in acque sicure la più grande banca tedesca e riguadagnare credibilità dopo gli scandali del passato. L’impresa non è semplice: non è un caso che il titolo ieri sia sceso del 6,9%, con una Borsa di Francoforte in lieve calo. Del resto a deludere gli investitori è stato anche il contemporaneo annuncio della cancellazione del dividendo per i prossimi due anno, e non per un solo anno come filtrato nelle scorse setttimane. Lasciare gli azionisti a bocca asciutta è qualcosa che non si era mai visto negli oltre 60 anni di storia della banca.
Del resto la trimestrale si è chiusa con una perdita monstre di 6 miliardi, già messa in conto dal mercato dopo il profit warning dello scorso 7 ottobre.
Nel dettaglio, la cura dimagrante prevede l’interruzione delle attività in Danimarca, Finlandia, Norvegia e Malta, Argentina, Cile, Perù, Messico, Uruguay e Nuova Zelanda. È attesa una riduzione di 200 filiali in Germania. Confermata invece la presenza in Italia, il secondo mercato retail per il gruppo dopo la Germania, con 4.000 dipendenti e circa 300 filiali.
Oltre all’uscita programmata da queste zone, la banca interverrà in maniera netta sulla forza lavoro. Il gruppo ha annunciato 9mila esuberi interni, 4mila dei quali in Germania. A questi si aggiungono tagli su 6mila posizioni esterne e su 20mila dipendenti attivi in gran parte in Postbank, controllata che il gruppo tedesco sta dismettendo. Nel complesso, quindi, il gruppo tedesco conta di tagliare circa 35mila posizioni. Dal 2015 al 2018, le unità di lavoro passeranno da 103 mila in totale a 77 mila, perchè nel contempo sono attese anche 8 mila assunzioni. Saranno soprattutto i risparmi sulla forza lavoro a ridurre i costi del gruppo, che scenderanno, al netto delle spese legali, a meno di 22 miliardi entro il 2018 dai 27,7 di fine 2014.
Ma non finisce qui. Gli interventi riguarderanno anche il portafoglio crediti. Gli attivi a rischio si ridurranno dai 416 miliardi della fine di giugno a quasi 320 miliardi nel 2018 e a 310 nel 2020. Il gruppo intende anche dimezzare il numero di clienti nel business dell’investment banking, in particolare nei paesi ad alto rischio. Cryan vuole che Deutsche raggiunga un Core Tier 1 del 12,5% entro il 2018, un obiettivo ben più elevato dell’11% previsto dalla precedente gestione.
Il manager, chiamato a dare una sterzata al gruppo dopo l’uscita di Anshu Jain, non nasconde le difficoltà future. E mette le mani avanti in particolare per i prossimi due anni. «Non penso che il 2016 e il 2017 saranno anni forti» ha dichiarato Cryan, aggiungendo però che il gruppo non ha «problemi di strategia. Sappiamo esattamente cosa fare e dove andare, ma abbiamo avuto grossi problemi ad implementare i nostri obiettivi». Il co-ceo dell’istituto, Juergen Fitschen, da parte sua ha ammesso che la banca non ha fatto abbastanza per riformarsi: «I cambiamenti culturali vanno riempiti di contenuti. Questo è solo l’inizio».

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