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Deutsche guida il crollo delle banche

Un mercato Orso così violento, nell’ampiezza dei movimenti al ribasso e nell’intensità temporale, non lo si vedeva dalla Grande Crisi post-Lehman. Una fuga dalle Borse che ha come epicentro in particolare le banche. Ma sbaglia chi pensa che nel mirino della scommessa ribassista siano entrate solo le banche dei Paesi fragili del Sud Europa. L’avvio in Europa è partito da lì, dai timori (più che esasperati) del rischio insito per azionisti e obbligazionisti dalle nuove regole del bail in, il salvataggio in caso di insolvenza tutto in capo agli investitori e non più agli Stati. Ma se il calcio d’inizio è stato quello, in realtà il contagio si è subito esteso come un falò che tutto brucia. Indistintamente. Basta leggere il bollettino di guerra della giornata di ieri, l’ennesimo crollo delle banche. Non si è salvato davvero nessuno. Lo stoxx bancario ha lasciato sul campo nella seduta di lunedì il 5,6% del suo valore. Giù con forza le Popolari italiane, la solita Mps e Ubi che sono arrivate a perdere per alcune di loro oltre il 10% del prezzo, ma il crollo ha investito in egual misura i colossi dell’investment banking europeo. Deutsche Bank fa -9,5% e cumula un -38% da inizio 2016. Idem Commerzbank (-9,5% ieri e -31% da inizio anno); bersagliate le francesi: con SocGen; Bnp Paribas e Credit Agricole tutte con perdite sopra il 5% . Sotto tiro e non da ieri tutte le inglesi; le due svizzere Ubs e Credit Suisse e dulcis in fondo vendute a piene mani anche le spagnole. I continui crolli giornalieri dicono di un abbandono delle banche al loro destino , come se fossero in procinto di fallire. Da inizio anno in media le banche europee hanno perso tra un quarto e il 40% della loro capitalizzazione e non c’è nessuna banca (scandinave e danesi escluse) che quoti quanto il suo patrimnonio netto, come se gli utili siano azzerati per sempre. Un dato che la dice lunga sulla disaffezione del mercato verso l’intero settore del credito. E non da ieri. Deutsche Bank è ormai un caso di scuola. La banca tedesca ha perso metà del valore in 12 mesi e oltre il 70% negli ultimi anni. Una lenta agonia in Borsa per una banca che quota sotto il 40% del suo capitale e che ieri ha dovuto smentire che ci siano problemi sui suoi bond subordinati nel caso estremo di un bail in. A tanto è arrivato il parossismo di un mercato che non si fida più. A testimoniarlo per il colosso tedesco, l’impennata violenta dei Cds sul debito in crescita di 32 punti base a 222 punti e con quello sui subordinati che è salito a quota 441 ai massimi del 2011. Il termometro del rischio torna a correre per una banca che ha archiviato il 2015 con una perdita per 6,8 miliardi. La più profonda nella storia recente della prima banca di Germania, quasi doppia rispetto al buco da 3,8 miliardi nell’anno crucis della crisi, il 2008. Il problema annoso della grande banca tedesca sono i maxi-costi delle cause legali e dei contenziosi che hanno affossato mano a mano la redditività. Deutsche ancor prima della maxi-perdita del 2015 aveva di fatto perso il 75% dei suoi utili pre-crisi e continua ad avere una leva finanziaria tra le più alte. Non dovrebbe sorprendere ma il colosso tedesco vale per il mercato poco meno del 40% del suo capitale. Tutto sommato il livello delle bistrattate banche popolari italiane dopo il crollo di gennaio. E così qualche elemento in più arriva a spiegare il crollo corale delle banche europee.Vero che per le banche italiane la spada di Damocle sono le sofferenze sui crediti e relativi accantonamenti, ma è altrettanto vero che altri sistemi bancari, quelli di stampo anglosassone in particolare, hanno i loro grattacapi. Non hanno le svalutazioni sui crediti delle italiane (fanno molto meno credito all’economia reale) ma hanno le svalutazioni sui titoli, sui derivati di cui sono piene e soprattutto, Deutsche e Rbs insegnano, sono afflitte dagli accantonamenti per le cause legali tipiche della turbo-finanza malata. Le manipolazioni sul Libor, sui cambi, le cause sui mutui subprime e i prodotti tossici sono le fonti di svalutazioni che comprimono la redditività delle grandi banche europee. A titolo di esempio gli analisti di Credit Suisse stimano per Deutsche Bank in oltre 5 miliardi le future perdite per cause legali non coperte dalle riserve. Valgono quasi il 10% del capitale della banca. Troppo rischio, pensa il mercato, per un rendimento sul capitale che per alcune grandi banche vale solo il 5-6%. Ma la fuga non riguarda solo l’Europa. Ieri sono andate a picco anche le grandi banche americane. Con Bank of America che perdeva oltre il 5% a metà pomeriggio; Citigroup il 6%; Morgan Stanley il 7%; Goldman oltre il 6%. In realtà la fuga anche qui è iniziata da prima. Le grandi banche Usa da inizio del 2016 cumulano perdite tra il 20 e il 30%. Per le americane ovviamente non c’entra la stretta del bail-in, ma le perplessità legate alle perdite che si potranno avere per l’esposizione sulla Cina e soprattutto l’eventuale caduta di ricavi e profitti legati al trading. Con le Borse che cadono ovunque il rischio è più che concreto.
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