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«Deutsche Börse-Lse, vince il modello federale»

Piazza Affari è già al secondo giro di valzer, con le nozze annunciate tra il London Stock Exchange e Deutsche Boerse. Ma che effetto ha prodotto il primo passo, cosa è successo da quando Milano è entrata nell’orbita di Londra?
«Ricavi e margine operativo lordo dell’azienda sono saliti significativamente», è l’immediata risposta di Raffaele Jerusalmi, nella sua veste di responsabile della società-mercato. «Dal 2010 a oggi entrambe le voci – sottolinea l’ad di Borsa italiana – sono cresciute nell’ordine del 20%. E ancora più positivo è il fatto che l’organico si è incrementato di circa 50 unità per arrivare oggi a un totale di 560 dipendenti».
«Oltretutto – sottolinea Jerusalmi – sono risultati ottenuti in un periodo veramente terribile per i mercati».
L’alleanza con Londra, insomma, è servita?
Appartenere a Lseg ci ha consentito di avere anche più clienti internazionali, circa 35 nuovi intermediari si sono connessi ai nostri mercati.
Avere una piattaforma in comune con Londra consente oggi di collegarsi a Borsa Italiana con costi marginali attirando anche intermediari che altrimenti non ci avrebbero mai considerato. La condivisione delle piattaforme ci consente anche di sostenere maggiori investimenti per la nostra attività. Il modello federale è possibile e puo’ funzionare molto bene, come dimostrato dalla nostra fusione con Lse.
Sono aumentati anche gli scambi sul mercato azionario?
Gli scambi no, in valore assoluto sono scesi, ma perché l’indice di Borsa dal 2008 è sceso notevolmente. Però restiamo sempre il numero 1 in Europa per turnover (cioè per il numero di volte in cui il capitale di una società viene scambiato).
Non c’entra anche la Tobin tax?
La Tobin tax ci ha fatto male. L’introduzione non armonizzata della tassa sulle transazioni di Borsa ha voluto dire per noi perdere sia clienti retail che istituzionali ai quali a questo punto conviene di più comprare titoli tedeschi ,dove la tassa non c’e’ , piuttosto che quelli Italiani. In termini di scambi l’impatto, stimato dagli analisti, è negativo nell’ordine del 15-20%. Non ha senso farsi male da soli: il Fisco non incassa quasi nulla, i risparmiatori italiani sono disincentivati a investire in titoli di aziende italiane, e la tassa danneggia noi e agli intermediari. Meglio sarebbe cancellarla o almeno sospenderla in attesa di un’armonizzazione a livello europeo.
E veniamo al secondo giro di valzer. Borsa italiana è stata coinvolta nelle discussioni con Francoforte?
Ho partecipato in prima persona, in quanto membro del board dell’Lseg. L’idea di creare un mercato azionario europeo trova la nostra adesione, nello spirito dell’unione del mercato dei capitali, dove sarà più facile per le imprese raccogliere capitali. Secondo noi è un’operazione che ha molto senso anche dal punto di vista industriale.
A che riguardo?
C’è una straordinaria complementarietà tra i due gruppi. Per esempio Deutsche Boerse dispone di un grandissimo mercato dei derivati, Londra è uno dei principali mercati azionari globali.
Borsa italiana ha l’Idem.
L’Idem è il terzo mercato dei derivati azionari in Europa. Ma è molto più piccolo dell’Eurex di Deutsche Boerse. Tanto per avere un termine di confronto: noi scambiamo 200-220mila contratti al giorno, loro alcuni milioni. L’Eurex ha una gamma completa di prodotti, hanno i benchmark sull’Eurostoxx, i Future sul Bund e sul Bobl che sono i benchmark di riferimento dei tassi europei e anche un mercato molto sviluppato sulle commodity legate all’energia .
Ma il Liffe, che è stato il precursore, è sparito?
Di importante sono rimasti i derivati sull’Euribor sul short sterling e gli indici del mercato azionario UK, ma niente più.
La possibilità di una controfferta sull’Lseg da parte dell’Ice (che detiene il Nyse) è credibile?
Hanno annunciato pubblicamente che ci stanno pensando e hanno ancora diversi giorni per fare l’offerta. Vedremo.
Conta solo il prezzo o conta anche il progetto industriale?
Sono gli azionisti che dovranno valutarlo, ma certo il prezzo è una componente importante di un’offerta.
Starà agli azionisti valutare. Sbaglio o gli azionisti italiani sono scomparsi?
Secondo gli ultimi dati e’ rimasta solo Emittenti Titoli (le società quotate, ndr) con una quota dell’Lseg intorno allo 0,5%. Gli altri hanno tutti venduto.
Una presenza italiana nel cda dell’entità combinata Lse-Deutsche Boerse però non è contemplata.
Non sono stati forniti dettagli di questo tipo finora. Magari ci sarà un indipendente italiano nel board.
Indipendente? Avrebbe più senso che ci fosse una rappresentanza del management di Borsa italiana, come è prevista per le altre due Borse.
L’attività del board dell’Lseg è sempre stata molto equilibrata. L’importante è che il mercato italiano conservi il suo status di indipendenza e autonomia come è stato finora. È confermato che il modello federale sarà mantenuto. Per noi è importante partecipare a un grande mercato europeo e aiutare il mercato dei capitali europeo a svilupparsi. Siamo agganciati a un treno che pensiamo sarà quello vincente.
Ma non è un po’ riduttivo affidarsi puramente a logiche aziendalistiche per la gestione di un mercato che svolge un servizio “pubblico”?
Noi siamo un’infrastruttura, siamo dei “facilitatori”. Avere un mercato efficiente aiuta chi di dovere a impostare politiche economiche e industriali più efficaci. Qualunque sia la proprietà, ci sarà per tutti l’interesse a sviluppare i mercati del circuito.
Si è letto però che se la spunterà l’Ice sgancerà Piazza Affari.
È una supposizione, perché effettivamente, quando Ice ha acquistito il New York Stock Exchange, ha successivament ceduto Euronext.
Torniamo allora all’operazione in corso. L’aggregazione con Francoforte apporterà benefici anche per Piazza Affari?
Il ponte di liquidità Londra-Francoforte-Milano che deriverebbe dall’integrazione delle tre società si prospetta molto interessante. Come pure la piattaforma per il reddito fisso che potrebbe aiutare a sviluppare ulteriormente l’Mts e il nostro mercato dei bond. Senza dimenticare il progetto Elite, per avvicinare le piccole e medie imprese al mercato dei capitali, che potrebbe ampliare il suo raggio d’azione: ricordiamoci che l’Europa conta 23 milioni di pmi e alcune migliaia hanno i requisiti per partecipare ad Elite.
Rischi antitrust per l’aggregazione?
L’Antitrust esaminerà un po’ tutti gli aspetti del deal, ma non essendo un esperto della materia mi risulta difficile identificare i rischi maggiori . Molti analisti hanno segnalato che uno dei temi da analizzare sara’ quello del clearing dove in effetti ci sono delle sovrapposizioni.
Credo comunque che sia ora di cambiare mentalità e di cominciare a considerare che in alcuni settori la competizione è globale.
Ad ogni modo, non avrebbe senso, ora che è da sola, che si unisse anche Euronext, la federazione delle Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Lisbona?
Euronext e’ una società quotata e sono certo che azionisti e management faranno le loro valutazioni. Non conosco le loro strategie.

Antonella Olivieri

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