Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Deutsche bank Tramonto universale

 

John Cryan ha fatto sapere che i dieci membri del consiglio di gestione di Deutsche Bank non riceveranno il bonus per il 2015. E che i premi di performance dei dipendenti saranno ridotti. Pazienza, si può pensare. La grande banca tedesca aveva versato 2,71 miliardi di bonus per il 2014 e 3,16 per il 2013: quella annunciata la settimana scorsa dal co-Ceo (ma in effetti il numero uno) non sembra una grave ingiustizia. Il problema è che nelle banche, soprattutto quelle al centro della competizione internazionale nell’investment banking, il sistema dei premi è essenziale per fare funzionare il sistema di relazioni con le imprese che produce affari. Le banche non vendono auto, hanno bisogno di talenti che attraggano e portino business. Il passo compiuto da Cryan, dunque, è piuttosto drammatico.

Vedremo quale sarà la reazione dei banchieri d’investimento di Deutsche Bank che si vedranno ridurre la remunerazione forse di un terzo rispetto all’anno prima. Fatto sta che una decisione del genere dà l’idea della crisi alla quale è di fronte il gigante di Francoforte: non solo perché l’anno scorso ha perso (in rosso per la prima volta dal 2008) 6,8 miliardi netti; soprattutto perché deve ricostruire un po’ tutto, dopo anni di errori, dal modello di business all’etica del lavoro. La Volkswagen non è il solo mito che vacilla, in Germania.

Lo scorso ottobre, Cryan, che ha preso la guida della banca in luglio, ha annunciato un piano quinquennale per rafforzare il capitale, tagliare i costi, eliminare alcuni business e migliorare la redditività. Per dire: taglio di novemila dipendenti (quattromila in Germania), abbandono di dieci Paesi in cui è attiva la banca, cessione della controllata Postbank con i suoi 19 mila dipendenti. Un ridimensionamento coi fiocchi. Obbligato (anche se in Italia i risultati sono positivi). Gli analisti, visti i risultati degli ultimi mesi dell’anno scorso, si domandano però se la strategia avrà successo.

I numeri

Le perdite registrate nel 2015 vengono in gran parte da accantonamenti dovuti a multe e a contenziosi legali aperti: la questione etica emersa negli anni scorsi, dallo scandalo Libor ad affari con alcuni clienti russi. Ma anche da un crollo delle quote di mercato dell’ investment banking , a favore delle banche americane. Il sospetto è che ci sia stato qualcosa di fondamentalmente sbagliato al cuore dei problemi di Deutsche Bank. E probabilmente Cryan l’ha individuato. È che il modello di banca universale perseguito in passato non funziona. Tenere assieme la banca retail, la banca d’investimenti, la gestione dei patrimoni e farlo su scala globale non assicura i risparmi e la potenza operativa immaginata. Probabilmente rovina tutto. John Reed – l’ex presidente e ceo di Citigroup che fuse la sua banca con Travellers Group dopo che, nel 1999, in America fu abolito lo Glass-Steagal Act che vietava gli istituti universali – oggi riconosce che «il modello di banca universale è inerentemente instabile e ingestibile». Fondamentalmente — ammette — per due ragioni. Da una parte i risparmi dell’essere su tutti i business non si sono materializzati praticamente per nessuno. E’ anzi possibile che mettere i servizi in pachidermi del genere faccia aumentare i costi e li renda meno efficienti. Dall’altra, mischiare culture incompatibili rende il settore finanziario più fragile – ha scritto Reed di recente sul Financial Times. I talenti che sono attratti dalla banca tradizionale sono avversi al rischio e agiscono con logiche di tempi lunghi. I banchieri d’investimento e i trader si muovono con un’ottica di breve periodo e sono più orientati al rischio. «Ciò crea differenze fondamentali di valori», secondo Reed.

Di fronte a questa situazione, nel business delle banche chiara da tempo, il vertice che ha preceduto Cryan in Deutsche Bank aveva preparato un piano triennale che era un compromesso pasticciato tra ambizioni e realtà di un modello che non funziona. Il risultato è stato che volevano ridurre i costi e questi sono saliti, volevano migliorare la redditività e questa è crollata, volevano rafforzare il capitale e ancora oggi la banca è al limite di quello chiesto dalle autorità. Da qui la decisione di Cryan di ridurre drasticamente la portata e il mix dell’attività. La settimana scorsa, il co-ceo è stato franco, commentando le prospettive. Ha ammesso che «indubitabilmente, il brand Deutsche Bank non sta trovando il favore dei clienti così facilmente e il morale dello staff è basso». E ha detto che spesso confida a sua moglie di sperare, un giorno, di gestire una banca, non solo di fare pulizia: per ora si occupa di ristrutturarla, di abbassare i costi, di rafforzarne il capitale. Una montagna da scalare, vista l’ampiezza del gruppo e gli errori passati. Cryan ne è più che consapevole: è il primo passo per smontare il mito dell’universalità.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa