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Detrazione Iva, fisco all’angolo

Senza la prova della frode fiscale il diritto alla detrazione Iva è legittimo. Perché l’ufficio possa disconoscere il diritto alla detrazione a monte dell’Iva deve infatti provare che l’operazione da cui il credito sorge è connotata da un intento fraudolento. Se tale Iva si origina da un contratto di «sale & sale back» l’ufficio deve quindi dimostrare che tale contratto è stato stipulato dalle parti con l’intento di perseguire quale finalità l’evasione delle imposte e/o l’indebito riconoscimento di un credito rivelatosi poi inesistente.

È questa, in estrema sintesi, la massima con la quale la Commissione tributaria regionale della Puglia, sentenza n. 67/1/13, depositata il 3 giugno scorso, confermando l’esito del primo grado, ha rigettato il ricorso dell’ufficio che chiedeva il recupero dell’Iva detratta dagli acquirenti poiché relativa a operazioni soggettivamente e oggettivamente inesistenti.

I fatti in causa

I contribuenti, tutti imprenditori agricoli, avevano posto in essere alcuni contratti di vendita con patto di riacquisto (sale & sale back) con i quali alcuni beni strumentali, pur rimanendo in loro possesso, erano stati ceduti a un commerciante all’ingrosso di macchinari agricoli il quale, a sua volta, li aveva ceduti a una società finanziaria che a sua volta li aveva poi rivenduti agli imprenditori agricoli maggiorandoli degli oneri aggiuntivi connessi all’operazione (interessi per dilazione di pagamento, spese di istruttoria ecc.).

Per l’ufficio, l’intera e complessa operazione doveva ritenersi esclusivamente di tipo «cartolare», in quanto formata da contratti simulati e relative fatture non supportate da reale movimentazione né dei beni né dei mezzi finanziari.

I giudizi delle Corti di merito

Come accennato anche i giudici del primo grado (Ctp Bari sentenza 47/09/11), pur ravvisando nel modus operandi del commerciante all’ingrosso e della società finanziaria un tipico caso di abuso del diritto, avevano riconosciuto come connotato dalla buona fede il comportamento degli imprenditori agricoli ai quali doveva essere pertanto riconosciuto il diritto alla detrazione dell’Iva relativa.

Stesse conclusioni anche per i giudici della regionale che con la sentenza del 3 giugno scorso hanno ribadito il diritto alla detrazione dell’Iva in capo agli imprenditori agricoli in buona fede.

La rettifica Iva, si legge nella sentenza della regionale, «è giustificabile nei confronti del cessionario, qualora sussista una condotta fraudolenta del medesimo, nel senso che il documento fraudolento (fattura per operazione inesistente) è stato utilizzato con l’intento di perseguire il fine dell’evasione o dell’indebito rimborso o riconoscimento di un inesistente credito personale».

La sentenza in commento si pone in linea con il più recente filone interpretativo espresso in materia sia dalla Corte di Cassazione (sentt. 23074 e 23560 del 2012) che dalla Corte di giustizia (c.-324/11; c-285/11 e C-642/3/11).

Tale linea interpretativa, espressamente richiamata in sentenza, prevede che «in presenza di evasioni o di irregolarità commesse dal cedente/prestatore a monte dell’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione, occorre, alla luce di elementi oggettivi e senza esigere che il cessionario/committente compia verifiche che non gli incombono, dimostrare che quest’ultimo sapeva o avrebbe dovuto sapere che detta operazione si iscrive in un’evasione Iva».

Se l’acquirente è dunque estraneo alla frode il diritto alla detrazione dell’Iva relativa non potrà mai essergli negato.

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