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Derivati, parte la Tobin tax «all’italiana»

La Tobin tax «all’italiana» è alla fine diventata realtà: dopo quello sugli scambi che hanno per oggetto le azioni italiane ieri è infatti scattato anche il prelievo sulle transazioni finanziarie che riguardano gli strumenti derivati e il trading ad alta frequenza. Una forma di tassazione nel quale il nostro Paese svolge un ruolo di apripista assoluto a livello mondiale, con tutte le conseguenze del caso. Prime fra tutte il fatto che gli intermediari finanziari sembrano essere già stati rapidi a prendere le contromosse e a dirottare l’attività verso altri strumenti o altri mercati.

Come funziona il prelievo

Nella sostanza, a partire da ieri chi opererà su uno strumento derivato che abbia come sottostante un’azione o un indice di Borsa italiana dovrà versare un’imposta fissa a seconda della tipologia e del valore del nozionale di ciascun contratto concluso (vedi tabella a fianco). Per l’high frequency trading l’aliquota è invece dello 0,02% sul controvalore degli ordini di acquisto o vendita annullati o modificati che in una giornata di Borsa superino una certa soglia numerica e qualora l’intervallo tra l’immissione degli ordini non sia superiore al mezzo secondo. In entrambi i casi si tratta appunto di un debutto assoluto, perché finora nessun paese si era spinto fino a tanto (la Francia si era limitata, al pari dell’Italia fino a ieri, al prelievo sugli scambi di azioni).

Restavano, fino a qualche settimana fa, molte perplessità sulle possibilità di estensione del prelievo ai derivati e si pensava a un possibile nuovo rinvio dopo il posticipo dal primo luglio al primo settembre. Lunedì scorso però il ministero delle Finanze ha pubblicato una serie di risposte ai principali quesiti posti dagli intermediari finanziari, imprimendo così una decisa accelerazione all’iter della Tobin. Fra gli altri elementi si è chiarito quali sono i derivati tassabili e non: fra questi ultimi figurano i dividend swap, i credit default swap e i future su Index Dividend; i derivati aventi come sottostante le azioni quotate di società sottocapitalizzate; il riacquisto di derivati cartolarizzati connesso con il successivo annullamento. Il Ministero ha fornito anche indicazioni su come si verifica il sottostante e come si calcola il valore nozionale degli strumenti derivati, ma anche su chi siano i responsabili del versamento (il clearing broker e non l’executing broker).

Fra scadenze e dubbi

La Tobin tax sulle azioni, che viene applicata già dal marzo, prosegue intanto il suo iter. La data per i versamenti è stata confermata per il 16 ottobre e la scorsa settimana il dipartimento delle Finanze ha aperto, non senza sorpresa, una consultazione (chiusa poi il 30 agosto, vedi articolo in basso) su un nuovo testo che va a emendare il precedente decreto del 21 febbraio scorso sul meccanismo di esenzione per i market maker e su alcuni casi specifici come il trasferimento della nuda proprietà e dell’usufrutto su strumenti finanziari.

Al di là degli aspetti tecnici e operativi, gli interrogativi sull’efficacia della Tobin Tax restano più che mai aperti. Partito con ambizione (la legge di stabilità aveva stimato il gettito in 1 miliardo di euro), il prelievo sulle transazioni finanziarie rischia di uscire seriamente ridimensionato, visto che stando alle stime più recenti sembrerebbe impossibile rastrellare una cifra superiore ai 200-250 milioni di euro. Senza contare la possibile «fuga» degli intermediari dai listini italiani: da quando la Tobin sulle azioni è stata introdotta, i volumi medi giornalieri sulle azioni domiciliate nel nostro Paese si sono sensibilmente ridotti. Una tendenza confermata anche sugli scambi sui derivati di ieri: «I volumi sui Cfd con sottostante l’indice Ftse Mib – sostiene un operatore – sono scesi del 12% rispetto alle prime ore di trading di lunedì scorso, quelli su Dax ed EuroStoxx sono invece cresciuti rispettivamente del 7% e del 4%». È vero che il carattere «semifestivo» della seduta (Wall Street era chiusa) invita a maneggiare con prudenza i dati, ma è altrettanto evidente che dietro a queste cifre sembra celarsi la reazione di investitori e trader: aggirare l’ostacolo a danno dei prodotti «made in Italy».

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