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Derivati nel mirino della Corte dei conti Il Mef: nessuna perdita

La Corte dei Conti ha acceso un faro sulla chiusura avvenuta lo scorso 3 gennaio 2012 dei quattro contratti derivati stipulati dal Tesoro con Morgan Stanley – due interest rate swap e due swaption – per i quali lo Stato come noto ha regolato la posizione pagando 2,567 miliardi. In aggiunta alla relazione semestrale sulla gestione del debito pubblico, documento riservato che il Tesoro trasmette regolarmente alla Corte dei Conti e che contiene tra le altre cose tutti i dettagli dell’attività in derivati relativa ai sei mesi in esame, lo scorso marzo la magistratura contabile ha chiesto maggiori delucidazioni al Mef sui quattro contratti chiusi anticipatamente: di questo si è appresa notizia ieri.
I derivati rimodulati, ristrutturati e stipulati nel corso del primo semestre 2012 – sei mesi molto intensi per lo spread e il rischio-Italia – hanno riportato un valore nozionale pari a 31,5 miliardi (sul totale dei 160 miliardi in derivati aggangiati ai circa 1.600 miliardi di titoli di Stato in circolazione) e un valore di mercato calcolato sui tassi odierni negativo per svariati miliardi. A questo riguardo, in una nota diramata ieri il Tesoro ha chiarito che «il valore di mercato dei derivati in uno specifico momento, il cosiddetto mark-to-market, non è in nessun caso assimilabile a una perdita realizzata». La puntualizzazione è stata riaffermata con vigore dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, che rispondendo a una domanda sul ritorno del “caso derivati” e di ipotesi circolate su presunte perdite per i conti pubblici fino a 8 miliardi in derivati ha detto «è un grande malinteso, non c’è alcuna perdita, non c’è nessun aggravio sui conti pubblici. I derivati gestiscono il rischio interesse». Le preoccupazioni circolate in mattinata nella City su un salto del deficit di 8 miliardi sono velocemente rientrate, tanto che lo spread tra BTp e Bund e il rendimento assoluto dei BTp non si sono mossi, anzi, semmai sono leggermente migliorati: i flussi dei pagamenti netti negativi per le casse dello Stato sui derivati sono registrate puntualmente nel calcolo del deficit. E così da Bruxelles, Simon O’Connor, portavoce del commissario agli Affari economici e monetari ha precisato: «sulla base delle informazioni a nostra disposizione le cifre riportate dalla stampa sui derivati non cambiano le nostre valutazioni sui deficit passati dell’Italia e sulle nostre previsioni sul futuro».
Ieri stesso, il Tesoro ha poi nuovamente smentito «l’ipotesi assolutamente priva di fondamento che l’Italia abbia usato i derivati alla fine degli anni ’90 per creare le condizioni richieste per l’entrata nell’euro». La Bce, interpellata sulla questione perchè il presidente Mario Draghi all’epoca era direttore generale del Tesoro, ha rimandato al comunicato del Tesoro per i chiarimenti del caso. O’Connor ha ricordato che «l’Italia fu accettata per l’accesso all’euro sulla base delle regole allora in vigore».
La Corte dei Conti si è tirata fuori dalla mischia, sostenendo che «le quantificazioni sulle possibili perdite connesse alla rinegoziazione dei derivati ed eventuali oneri per l’erario non sono attribuibili in alcun modo alla Corte». In serata, come spesso accade sulle questioni legate al mondo dei derivati, la procura di Roma ha aperto un fascicolo sulle presunte perdite per 8 miliardi a carico dello Stato italiano.

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