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Derivati, minusvalenze salite a 42 miliardi Il Tesoro potrebbe pagarne 2,6 entro il 2018

Sale ancora il valore di mercato negativo dei derivati del Tesoro. Lo schiacciamento dei tassi accresce le perdite a scadenza, che a dicembre 2014 ammontavano a 42,65 miliardi su 163 miliardi di nozionali accesi. E 2,6 miliardi diventeranno esborsi concreti entro il 2018, perché riguardano contratti con clausole di estinzione anticipata che potrebbero concretizzarsi, anche per effetto della misura su doppi margini di garanzia a collaterale introdotta con la Legge di stabilità.

«La gestione del debito pubblico italiano è ritenuta una delle migliori al mondo – ha detto Maria Cannata, direttore del debito del Tesoro – e i rischi dell’esposizione sui derivati sono bassi». La dirigente era alla seconda parte dell’audizione alla Camera, dove la Commissione finanze ha in corso un’indagine conoscitiva sui contratti che derivano il valore da altre attività finanziarie o reali. Da tempo Cannata rassicura l’opinione pubblica a riguardo. Ma l’escalation dei dati, anche quelli forniti ieri, non rassicura vari addetti ai lavori. Nel 2007 le perdite latenti ( mark to market ) dei derivati del Tesoro erano 17,2 miliardi. A metà 2013 erano 29,2 miliardi. Un anno dopo 34,4 miliardi, tre mesi dopo 36,8 miliardi. L’ultimo dato, fornito ieri in Commissione, è al 31 dicembre 2014: meno 42,65 miliardi. Cannata da un ventennio è protagonista delle emissioni di debito e dei derivati che servono a ottimizzarne i flussi cedolari e a coprire rischi di tasso e cambi. Ma a volte hanno altri fini, come ha detto ieri la dirigente circa la vendita di opzioni Swaption sull’andamento dei tassi, effettuata per esigenze di liquidità durante la crisi sovrana: opzioni da 19 miliardi che perdono 9,2 miliardi.
Il grosso delle perdite è, comunque, legato a derivati di scambio tassi sulle duration ( durata ponderata per i flussi scontati, che misura la sensibilità dei titoli al muovere dei tassi): ce n’è per 103 miliardi, si perde un terzo. Secondo la spiegazione di Cannata, quelle minusvalenze sono da attribuire «a operazioni lunghe di copertura sul rialzo dei tassi, che poi invece si sono azzerati con la crisi» e hanno aumentato i guadagni virtuali per le banche controparti. Un meccanismo che potrebbe mangiarsi parte dei benefici sullo spread ormai ridotto. «Quando da fine ottobre il mercato si è convinto che la Bce avrebbe lanciato il quantitative easing, s’è verificato un acquisto massiccio di Btp – ha detto Cannata -. Chi li comprava aumentava troppo rapidamente l’esposizione sull’Italia e per coprirsi acquistava Cds, questo spiega la loro scorrelazione ». La situazione potrebbe rientrare quando i tassi risaliranno (ma non presto), e Cannata ha notato nei prossimi 15 anni le ridotte clausole di risoluzione anticipata (-855 milioni l’anno prossimo, – 1,77 miliardi nel 2018, poi nulla fino al 2023). Ma la dirigente non ha voluto dire quante scadenze naturali di contratti fuori mercato porteranno perdite venture all’erario, accampando ancora i vincoli di riservatezza già sollevati, anche per evitare speculazioni. Con le stesse motivazioni, ha rifiutato l’accesso agli atti sui derivati del Tesoro fatto dai parlamentari di M5S e di Sel. Che continuano a chiedere trasparenza.
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