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Derivati, il nodo irrisolto della vigilanza

Mario Draghi si chiama fuori, ricordando che la questione è responsabilità non della Bce bensì della Commissione Ue e del board di risoluzione, ma non si schiera nelle fila del partito-contro. Anzi, il cambiamento introdotto, per il numero 1 della banca centrale europea è «per il meglio».

Un «cambiamento per il meglio» il bail-in, secondo il presidente della Bce, «perchè così i soldi dei contribuenti non saranno usati come è accaduto durante l’ultima crisi». Perchè le nuove regole possano funzionare «le banche devono avere sufficiente capacità di assorbimento delle perdite e su questo si è lavorato nell’ultimo anno e mezzo». Draghi ha sottolineato nel suo discorso introduttivo, davanti alla Commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo, che per gli istituti più rilevanti il common equity tier 1, in conseguenza del comprehensive assessment del 2014, è salito dal 9% al 13% e che anche la qualità del capitale delle banche è «migliorata sostanzialmente». Tuttavia, ammette Draghi, nell’eurozona ci sono parti del sistema che stanno ancora affrontando sfide significative, dall’incertezza sulle litigation e i costi di ristrutturazione, ai prestiti in sofferenza accumulati negli anni della crisi. Che tuttavia dopo il comprehensive assessment «sono stati adeguatamente coperti», cosicchè il regolatore europeo non nutre preoccupazioni a riguardo dato che si è in «una buona posizione per ridimensionare in maniera ordinata i non performing loan nei prossimi anni».
Piuttosto – e qui Draghi mette le mani avanti – non è proprio il caso in un contesto così difficile, di incertezza sull’economia mondiale e sui mercati finanziari, di affrettarsi a inserire regole di ponderazione per le banche sul debito sovrano. Occorre «molta, molta ponderazione e molto gradualismo», ha avvertito Draghi. Un report pubblicato ieri da Mediobanca securities calcola che se venisse approvato un tetto del 25% del patrimonio per i titoli di Stato detenibili dagli istituti di credito, questo provocherebbe la vendita di 150 miliardi di BTp da parte delle banche italiane e di 104 miliardi di Bonos da parte delle banche spagnole. Così come la ponderazione a rischio estesa ai titoli pubblici costerebbe in media 50 punti base di Cet1 alle banche europee, ma più del doppio alle banche italiane e spagnole rispetto a quelle del blocco franco-tedesco.
Il fatto è che in Europa il dibattito è ancora troppo concentrato sui rischi “tradizionali”. Royal Bank of Scotland è saltata sulla finanza, non sul credito tradizionale, e nemmeno sugli investimenti in titoli di Stato. Quando è stata nazionalizzata, nel 2008, aveva un coefficiente patrimoniale totale del 13,2%, ben oltre il minimo regolamentare dell’8%, e ben oltre il livello di altri istituti europei di analoghe dimensioni che non hanno avuto bisogno del soccorso pubblico.
Certo, c’erano altre regole. Ma rischi come i derivati o gli asset tossici non sono ancora valutabili appieno dalle autorità di vigilanza. Un anno fa, nel corso di un’audizione in Senato, il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini, segnalava che la stessa Danièle Nouy, presidente del supervisory council della Bce, aveva ammesso davanti alla Commissione Econ del Parlamento europeo che durante il comprehensive assessment «non erano stati compiutamente valutati i rischi derivanti dagli strumenti finanziari di livello 3, data la difficoltà per gli ispettori di entrare nei complessi modelli di valutazione utilizzati dalle banche per prezzare tali categorie di attivi».
Se qualche big del credito continentale entrasse in affanno, come già successo in passato, per la finanza “innovativa” piuttosto che per il credito, il rischio “sistemico” difficilmente resterebbe confinato nei confini nazionali (il caso Lehman, con la crisi che stiamo ancora tutti pagando, insegna). Le regole del bail-in – pure all’interno di paletti sostanzialmente rigidi – ammettono qualche deroga. E in particolare – come spiega un documento illustrativo della Banca d’Italia – «in circostante eccezionali, quando l’applicazione dello strumento comporti, ad esempio, un rischio per la stabilità finanziaria o comprometta la continuità di funzioni essenziali» che possano essere escluse discrezionalmente alcune passività (esclusioni soggette all’approvazione della Commissione Ue) e che le perdite non assorbite dai creditori esclusi in via discrezionale possano essere trasferite al fondo di risoluzione. Il quale può intervenire nella misura massima del 5%, a condizione che sia stato applicato un bail-in minimo pari all’8% delle passività totali. Cioè che ne abbiano risposto, nell’ordine, azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti, correntisti oltre i 100mila euro di deposito fino al limite minimo dell’8%. Per avere un’idea, nel caso della Deutsche Bank, la soglia dell’8% delle passività si collocherebbe a 130 miliardi, nel caso di Bnp a 165 miliardi: in entrambi i casi non basterebbero azionisti e obbligazionisti subordinati a farvi fronte.

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