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Derivati dei Comuni, Firenze ora rischia un conto da 110 milioni

I derivati non sono tutti uguali, e soprattutto rischiano di non essere tutti uguali i contenziosi tra banche e enti locali. Mentre ci sono Comuni (vedi Milano) che con una trattativa sono riusciti a togliersi una spina nel fianco (e a intascare risorse), altri potrebbero invece ritrovarsi con un conto salato da pagare. È il caso del Comune di Firenze, che in queste settimane sta attendendo l’esito di un ricorso avviato in Inghilterra da Merrill Lynch, Ubs e Dexia: un pronunciamento negativo, tutt’altro che improbabile, da parte della Corte di Londra potrebbe causare a Palazzo Vecchio una perdita di 110 milioni, di cui 90 dovuti al mark to market negativo degli swap e altri 20 come recupero di flussi arretrati e interessi.
Già, perché a dicembre del 2010 la Giunta fiorentina guidata da Matteo Renzi ha deciso di sospendere i pagamenti per poi annullare in autotutela (a marzo 2011) il 75% degli swap sottoscritti dal predecessore Leonardo Domenici, provando in via unilaterale a mettere la parola fine a un complesso di operazioni da 177 milioni di euro. A muovere la decisione era stato l’ampliamento dei flussi negativi per Palazzo Vecchio, che nel 2009 aveva dovuto versare 5,4 milioni, saliti a 10,3 nel 2010 per attestarsi a 9,1 nel 2011.
La Giunta fiorentina aveva preso spunto anche da una partita analoga giocata dalla Provincia di Pisa, che dopo aver annullato in autotutela i propri swap per i «costi occulti» emersi in seguito a un’indagine indipendente si era vista dar ragione dal Consiglio di Stato dopo una lunga battaglia giudiziaria. Il terreno di gioco, però, è tutt’altro che lineare, perché a fine novembre 2011 lo stesso Tar Toscana che aveva detto «sì» all’annullamento di Pisa poi confermato in secondo grado ha negato il via libera a una mossa simile compiuta dal Comune di Prato (anche in questo caso l’istituto di credito con cui era stato firmato il derivato è Dexia Crediop). Nessun “ripensamento”, avevano però spiegato i giudici amministrativi nella nuova sentenza, perché a Pisa la Giunta aveva annullato in autotutela gli atti con cui aveva avviato la gara per l’advisor, mentre Prato intendeva intervenire sui contratti. Nel primo caso, quindi, si giudicava su un atto amministrativo, nel secondo invece sul piatto c’era un’attività contrattuale, estranea alla competenza del Tar. A complicare la distinzione fra i due momenti, nel caso di Prato, c’è stato anche il fatto che l’istituto scelto come advisor per individuare i contratti migliori sul mercato si è subito trasformato in arranger, cioè in controparte contrattuale. Proprio come a Firenze: mentre Prato è ancora in attesa delle decisioni del Consiglio di Stato, poi, il capoluogo toscano si trova a giocare in trasferta a Londra, dove più delle sottigliezze giuridiche conta la sostanza contrattuale.
La storia dei derivati di Firenze ha inizio nel 2002 ed è poi proseguita fino al 2006. La giunta di centrosinistra guidata da Leonardo Domenici avviò un processo di ristrutturazione del debito accollandosi degli swap per un sottostante di circa 200 milioni. I derivati in questo caso sono serviti a passare da un tasso variabile ad un variabile con opzione collar, poi numerose rinegoziazioni hanno resto i prodotti finanziari ancora più complicati. La decisione di risolvere la questione è stata presa dalla giunta Renzi nel marzo 2011: bloccare i pagamenti degli interessi alle banche per sei delle 13 operazioni in essere, agganciati ad un nozionale di 177 milioni, il 75% dei derivati di Palazzo Vecchio. Ma ora questa decisione, forse un po’ affrettata, potrebbe mostrare i suoi punti deboli, e presentare un conto salato. Per questo l’amministrazione sta pensando adesso a come transare e ridurre il danno.

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