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«Derivati, così rivedremo tutti i contratti con le banche»

La trasparenza nella gestione sul debito pubblico sarà migliorata, verrà data più attenzione alla comunicazione sugli orientamenti e gli obiettivi dell’azione. Ma non verranno mai resi pubblici i dettagli dei singoli contratti sui derivati conclusi dal Tesoro, come chiede qualche parlamentare, primo fra tutti il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta. Il Tesoro ne verrebbe indebolito e danneggiato sul mercato perché potrebbe favorire la cattiva speculazione, ha ripetuto ancora ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan che, parlando alla stampa estera ha anche annunciato che il suo dicastero ristrutturerà i contratti derivati in essere per adeguarli e renderli quindi meno costosi. E in ogni caso dall’inizio della crisi, perlomeno da 6 e 7 anni, di derivati nuovi non se ne fanno più. Il più longevo scadrà nel 2040. 
La nuova bufera che si è accesa sulla questione dei derivati, una sorta di assicurazione sul rialzo dei tassi d’interesse, ravvivata domenica sera dalla trasmissione di Rai3 Report , ha colpito soprattutto il capo del Debito pubblico al Tesoro, Maria Cannata, da quasi 15 anni alla regia delle emissioni dei titoli di Stato. Chiamata ripetutamente in causa anche in Parlamento, ha sempre risposto con passione e tante cifre. E sulle cifre insiste nel chiarire che, se si parla di perdita potenziale complessiva di 42,6 miliardi, si deve aggiungere che si verificherebbe nel tempo solo se si congelassero i tassi al livello di dicembre 2014. Quanto ai costi determinati dai contratti fatti negli ultimi 4 anni, sono stati pari – precisa – a 12,4 miliardi.
Sarà prematuro parlare di perdite, ma il bilancio dei derivati – anche senza contare il caso Morgan Stanley – per l’Italia resta comunque pesante. Perché?
«Paradossalmente perché siamo stati più prudenti nel gestire il nostro debito. A partire dal 2006, per esempio, abbiamo adottato una politica di allungamento delle scadenze, e poiché allora i tassi a lungo termine erano particolarmente bassi – il 4% sui titoli trentennali non s’era mai visto – ci siamo assicurati sul rialzo dei tassi. Abbiamo così messo un tetto alle possibili fluttuazioni. Non dimentichiamoci che allora i tassi sui Btp erano equivalenti a quelli di mercato, e assicurarsi era logico».
In pratica, stando alle spiegazioni date dal ministero di Via XX Settembre, quando i tassi si alzavano il Tesoro incassava, quando si abbassava pagava, come si trattasse di un premio assicurativo. Cosa è successo, cosa ha fatto diventare poco conveniente l’assicurazione?
«È arrivata la crisi, non tanto quella finanziaria del 2007-2008 che anzi ha determinato un rialzo dei tassi di mercato, quindi ha confermato la nostra policy, ma quella successiva del debito sovrano dell’Italia: i nostri rendimenti sono schizzati verso l’alto mentre quelli di mercato si sono abbassati. Quello che non si poteva immaginare era la drammatica divergenza tra le due curve di tassi che fino a quel momento per anni era stata equivalente. Certo le tensioni ci sono state anche altrove: sul debito spagnolo, per esempio. Ma Madrid deve gestire un debito decisamente più piccolo e non è stata troppo attiva sulle coperture».
Perché a quel punto avete deciso di rivedere quei contratti, aggiungendo così al premio da pagare anche i costi delle rinegoziazioni? È stato un modo per ingraziarvi le banche e convincerle a comprare i titoli di Stato?
«Né minacce, né ricatti, né regali. Non è andata così. Il fatto è che nel frattempo erano intervenute le più rigide regole di Basilea 3 sulle esposizioni delle banche, che non avrebbero più potuto accollarsi il rischio del debito sovrano italiano senza a loro volta ricoprirsi sul mercato. È stato quindi necessario rivedere alcune posizioni, per venire incontro alle nuove regole, e le assicuro, non è stato facile. Ora il nostro merito di credito è un poco migliorato ma allora c’era molta paura. Tutti quanti chiedevano come facevamo ad avere le aste coperte in quella situazione, a fine 2011 e anche nel 2012. Non è stata una cosa agevole, né scontata. Se tutto ciò, ora, viene considerato un demerito è una cosa che suona strana».
Se lei avesse immaginato la crisi e il successivo crollo dei tassi, avrebbe agito nello stesso modo?
«Ma no! Si pensava a proteggersi e non si immaginava che ci sarebbero stati la grave crisi di fiducia verso i Paesi dell’area euro e il giro di vite stringente delle regole di Basilea, cioè una combinazione di fattori particolarmente sfortunata».
Ora però ci sono le ricadute: i 12,4 miliardi pagati per i derivati e le rinegoziazioni non sono pochi, soprattutto quando il governo cerca di far quadrare i conti del bilancio, tra tesoretti e tagli di spesa…
«Si tratta di un costo di 3 miliardi circa l’anno, cioè del 3,5-3,7%, del costo complessivo della gestione del debito che è di circa 80 miliardi l’anno. Ed è una spesa già prevista nelle proiezioni del Def. Non ci sono allarmi da assecondare: non ci saranno né buchi né sorprese».
Alla lunga, considerando che l’ultimo contratto scadrà poco prima del 2040, i derivati potrebbero anche farvi guadagnare. Ma nel breve?
«La situazione dovrebbe migliorare nel medio termine, dipende dall’efficacia delle politiche monetarie ed economiche, si dovrebbe ritornare ad un contesto di ripresa, di recupero di inflazione e di rialzo dei tassi. I costi attuali dei derivati, ma non solo quelli, tenderanno a diminuire e anche sparire».
Nel suo lavoro le decisioni importanti richiedono l’autorizzazione del direttore generale e del ministro. Ma lei, di fronte agli attacchi ha mai pensato a dimettersi?
«Neanche per idea, ho sempre lavorato nell’interesse pubblico e non mi lascio intimorire da polemiche strumentali».
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