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“Deriva del potere alla minoranza ecco perché la riforma è necessaria”

La riforma delle banche popolari maggiori va nella direzione non di quello che vogliono i mercati internazionali o che impongono i regolatori, ma di quello che «suggerisce il buon senso» perché per le dieci «maggiori popolari italiane la forma societaria cooperativa è un handicap che va rimosso al più presto». A spiegare le ragioni del decreto legge in audizione alla Camera è il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi. Il primo effetto della trasformazione in spa è mettere le banche popolari di maggiori dimensioni nelle condizioni di poter accedere «con rapidità » al mercato dei capitali, in caso avessero bisogno di rafforzamenti patrimoniali, «rivolgendosi ad una platea più ampia di risparmiatori e investitori». E in questo contesto «la forma giuridica cooperativa è uno svantaggio competitivo». Del resto quasi tutte le popolari coinvolte nei test della Bce sono riuscite a passare «solo grazie alle misure di rafforzamento patrimoniale faticosamente prese nel 2013 e nel 2014, dietro insistenza della Banca d’Italia». La trasformazione in spa per le grandi (che di fatto non hanno più un legame privilegiato con il territorio) aiuta anche a migliorare la gestione, togliendo quegli «elementi di opacità nelle relazioni tra soci e amministratori» che a volte causano «ingerenze nelle scelte gestionali da parte di minoranze organizzate» (Rossi, in proposito parla, di un rischio di «deriva»), mentre da parte degli amministratori la fase assembleare può implicare «la necessità di impegnarsi in una vera e propria campagna elettorale, con ovvi rischi di clientelismo».

Tuttavia da parte di Bankitalia c’è anche una cauta apertura a forme di «temperamento» della riforma. Non certo rispetto a chi vorrebbe lasciare il voto capitario limitandosi a rafforzare il peso degli investitori istituzionali, né rispetto a chi vuol mettere tetti al possesso azionario («sostanzialmente contrari alle finalità della riforma»). Diverso discorso sui limiti al diritto di voto o, in alternativa, alla maggiorazione dei diritti per i soci stabili: misure «derogabili» in caso di ricorso tempestivo al mercato dei capitali e soprattutto da inserire per un periodo di «transizione» mentre per quanto riguarda le aggregazioni ha detto di non avere pregiudizi, purché il risultato abbia senso industriale e «patrimonialmente solido».
Con la riforma delle Popolari «quello della scalabilità è effettivamente un rischio – ha detto invece l’ad del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, in audizione al Senato – perché le popolari sono prede ambite. Nel momento in cui diventeranno spa ci sarà interesse, noi proveremo a organizzarci e ci difenderemo », ma ha aggiunto: «non siamo pregiudizialmente contro o a favore della trasformazione».
Intanto dal mondo del credito arrivano segnali positivi sui prestiti. Li rileva l’Abi nel suo rapporto mensile, sottolineando che «i finanziamenti alle imprese hanno segnato nel quarto trimestre 2014 rispetto all’analogo periodo 2013 un incremento del 12,1%».
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