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Denaro per i creditori, appropriarsene è peculato

La Suprema corte spinge l’acceleratore sulle condanne in caso di irregolarità nelle procedure concorsuali. Risponde infatti del più grave reato di peculato e non di truffa il curatore fallimentare che altera l’attivo per appropriarsi del denaro destinato ai creditori dell’impresa.

Il cambio di rotta lo ha sancito la Corte di cassazione con la sentenza n. 25863 del 12 giugno 2013.

Insomma mentre finora il curatore rischiava da tre a sei mesi, truffa, ora la pena andrà da quattro a dieci anni.

In particolare ad avviso della sesta sezione penale, la distinzione tra peculato e truffa non va ravvisata nella precedenza cronologica dell’appropriazione rispetto al falso o viceversa, ma nel modo in cui il funzionario infedele viene in possesso del danaro del quale si appropria: per cui sussiste peculato quando l’agente fa proprio il danaro della pubblica amministrazione del quale abbia già il possesso per ragione del suo ufficio o servizio. Al contrario sussiste la truffa qualora il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, non avendo tale possesso, si sia procurato fraudolentemente, con artifici e raggiri, la disponibilità del bene oggetto della sua illecita condotta. Più in particolare, ricorre il peculato quando l’artificio o il raggiro (anche mediante la creazione di falsa documentazione) siano stati posti in essere non per entrare in possesso del pubblico danaro, ma per occultare la commissione dell’illecito; al contrario, nella truffa il momento consumativo del reato coincide con il conseguimento del possesso a cagione dell’inganno e quale diretta conseguenza di esso.

Con una sentenza che fece da apripista a un filone giurisprudenziale che sembrava fino a oggi consolidato, la n. 5447/2010, la stessa Cassazione aveva invece affermato che integra il delitto di truffa aggravata dall’abuso di poteri, e non quello di peculato, la condotta del curatore il quale, falsificando dei mandati di pagamento mediante l’apposizione della firma apocrifa del giudice delegato, si appropria di somme relative all’attivo fallimentare depositate sui conti bancari intestati alla procedura concorsuale. Ma in quel caso, dice Piazza Cavour, il curatore si appropriava di somme di cui non aveva la diretta disponibilità.

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