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Delocalizzazioni L’impresa che lascia dovrà pagare più Cig

Dopo l’ondata di indignazione della prima ora, trasversale all’intero arco costituzionale, per i licenziamenti via whatsapp delle multinazionali, il decreto frena-delocalizzazioni figlio di quello sdegno è rapidamente rientrato nei ranghi della dialettica politica. E delle relative divisioni. Ministero dello Sviluppo Economico e ministero del Lavoro limano il testo del provvedimento che ha settembre come orizzonte temporale, ma sul versante sanzionatorio manca ancora la sintesi tra le posizioni di M5S, da un lato, e centrodestra dall’altro.Con il Pd a metà strada. E con l’ipotesi di spostare il peso delle sanzioni per le imprese inadempienti sul fronte degli ammortizzatori sociali. Toccherà al premier Mario Draghi trovare il punto di caduta. Necessità frequente in una maggioranza eterogenea come quella che sostiene il governo, inevitabile quando sul tavolo c’è un tema politicamente divisivo come i licenziamenti. E se a gettare benzina sul fuoco ci pensa la Confindustria che declina tout court la questione in termini di schieramenti pro o anti impresa («Dobbiamo attrarre e non per punire – ha detto il presidente degli industriali, Carlo Bonomi – invece c’è sempre questo intento punitivo »).Percorso, quindi, politicamente agevole per la parte del decreto che fissa gli obblighi “sociali” dell’azienda: almeno 6 mesi di preavviso alle istituzioni per il progetto di chiusura della fabbrica; nomina di un advisor che sarà interfaccia tra l’azienda e le istituzioni e che dovrà stendere un piano su ricadute occupazionali ed economiche, salvaguardia dei livelli occupazionali, reindustrializzazione e potenziale acquirente. Ancora in alto mare, invece, la sintesi sul versante sanzionatorio: una prima versione del decreto prevedeva, per le aziende beneficiarie di contributi pubblici negli ultimi 3/5 anni e inadempienti rispetto agli obblighi sociali del provvedimento, una sanzione pari al 2% dell’ultimo fatturato e l’inserimento in una black list con l’esclusione per 3 anni da ammortizzatori sociali e incentivi pubblici.La logica “punitiva” contestata da Bonomi e sulla quale anche il ministro dello Sviluppo Economico, il leghista Giancarlo Giorgetti, ha fatto calare un pesante silenzio dopo aver espresso a più riprese posizioni non lontane da quelle di Confindustria. Una bocciatura, dunque, dello spirito sanzionatorio che sta a cuore al M5S e sul quale si è applicata la viceministra del Mise, Alessandra Todde, sempre in prima fila sul fronte delle crisi industriali.Ennesimo capitolo della convivenza forzata a via Veneto tra due anime della maggioranza (anche l’altro viceministro, Gilberto Pichetto, di Forza Italia, parla della necessità di «evitare misure punitive contro le imprese»). L’esito del confronto ha prodotto, al momento, lo stralcio (solo temporaneo, sostiene la Todde) delle norme su sanzioni e black list, anche per evitare ulteriori allungamenti dell’iter del decreto, vista la necessità su questi temi di coinvolgere le competenze del ministero della Giustizia.Un “alibi” tecnico utile a mascherare le divisioni politiche nella maggioranza: «Nessun intento punitivo contro gli imprenditori – assicura il leader del Pd, Enrico Letta – il governo Draghi con il ministro Orlando sta cercando di impostare un lavoro per essere più attrattivi per fare sì che le imprese non se ne vadano. Per far sì che ci sia un rapporto con i territori che consenta maggiore fiducia e responsabilità sociale». La traccia di una mediazione che potrebbe concretarsi in una sostituzione delle sanzioni con un meccanismo di aggravio del costo degli ammortizzatori sociali per le imprese inadempienti. Prove di intesa prima di portare il testo sul tavolo di Draghi.

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