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Delocalizzazioni, il decreto cambia Incentivi a chi subentra nelle crisi

Un percorso virtuoso richiesto alle aziende per limitare gli impatti sociali e occupazionali della chiusura di uno stabilimento. Incentivi fiscali e contributivi per le imprese che assorbono la forza lavoro in uscita e contribuiscono alla reindustrializzazione dello stabilimento. Per le aziende inadempienti, sanzioni parametrate alla Naspi e, comunque, non troppo pesanti rispetto al peso specifico delle multinazionali. Seguendo un andamento carsico legato alle emergenze di singole crisi industriali o alle fibrillazioni politiche della eterogenea maggioranza di governo, le misure contro le delocalizzazioni sono approdate sul tavolo del premier Mario Draghi che dovrà decidere se e quando vararle.Sarebbero il frutto del confronto tecnico (a tratti serrato) tra ministero del Lavoro e ministero dello Sviluppo Economico. Il condizionale è d’obbligo vista la difficile interlocuzione tra i due dicasteri, almeno nelle figure apicali. D’altro canto la stessa forma dell’intervento ha oscillato, nel tempo, tra l’ipotesi di decreto legge e quella di emendamenti ad altri provvedimenti. Sta di fatto che se ne è persa traccia nonostante gli annunci della prima ora.Erano i giorni dei licenziamenti comunicati via whatsapp. Gli operai di Gkn, Gianetti, Elica e di tutte le altre multinazionali che chiudevano fabbriche in Italia, scendevano in piazza, picchettavano i cancelli, chiedevano al governo di intervenire. E il governo non si sottraeva, annunciando imminenti misure di legge contro le delocalizzazioni. Le norme riguardano imprese con almeno 250 dipendenti («inclusi gli apprendisti e i dirigenti») che, non trovandosi comunque in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico- finanziario che ne rendano probabile la crisi o l’insolvenza, intendano procedere alla «chiusura di una sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo» in Italia, con «licenziamento di un numero di lavoratori non inferiore a 50».Queste imprese sono tenute a dare comunicazione per iscritto della decisione a sindacati, Regioni, ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico e Anpal. Comunicazione che deve arrivare almeno 90 giorni prima dell’avvio della procedura di licenziamento. Entro 60 giorni successivi all’informazione, l’azienda «elabora un piano (di durata non superiore ad un anno) per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura»: il progetto indicherà eventuali incentivi all’esodo o ammortizzatori sociali; azioni di riqualificazione e formazione professionale (cofinanziate dalle Regioni); possibili cessioni dello stabilimento a cooperative degli operai; piani di riconversione dell’impianto. I lavoratori coinvolti nel piano «accedono al programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol)». In caso di inadempienza dell’azienda rispetto a questo percorso, il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo previsto dalla legge 92 sui licenziamenti «incrementato di 6 volte». La base di tale calcolo per ciascun lavoratore coinvolto dalla chiusura consiste, dunque, nel «50% della mensilità Aspi (sostituita poi dalla Naspi, ndr ) per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi 3 anni». Cifra obiettivamente sostenibile per una multinazionale. In caso di cessione dell’azienda o di un ramo con mantenimento degli assetti occupazionali, al relativo trasferimento di beni immobili si applicano le imposte di registro, ipotecaria e catastale «nella misura fissa di 200 euro ciascuna».Il Mise, inoltre, per incentivi e agevolazioni finanziarie, «dà preferenza a parità di requisiti» alle imprese che assumano lavoratori degli stabilimenti chiusi, potendo inoltre contare, in caso di lavoratori con trattamenti straordinari di integrazione salariale, su un contributo mensile pari all’ammortizzatore sociale della durata di un anno.

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