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Delibere, ai soci spetta impugnare

L’impugnazione delle delibere assembleari di approvazione (o mancata approvazione) del bilancio spetta al socio. La società non è legittimata a impugnarle, infatti, per difetto di interesse. Saranno i soci che non abbiano partecipato all’approvazione della delibera, ovvero i componenti del consiglio di amministrazione o di sorveglianza o del collegio sindacale a poterla impugnare. Sarebbe inammissibile, sostiene la Cassazione nella sentenza n. 17060/2012, attribuire alla società la legittimazione a insorgere giudizialmente contro la sua stessa volontà.

Il caso. La vicenda riguarda una srl che aveva contestato al socio titolare del 50% del capitale sociale l’esercizio del proprio diritto di voto in violazione dell’art. 2373 c.c. non essendoci il socio, in conflitto di interessi, astenuto in sede di approvazione del bilancio. La mancata astensione avrebbe dovuto, secondo la società, rendere irrilevante ai fini del quorum deliberativo, il voto contrario del socio e quindi si richiedeva l’accertamento dell’approvazione della delibera con il voto favorevole dei soci non in conflitto di interessi e la condanna del socio al risarcimento dei danni in favore della società.

In primo grado il tribunale accolse il ricorso della società respingendo la tesi del socio che sosteneva come le ragioni del suo voto contrario fossero state illustrate a verbale e riguardassero il mancato rispetto dei principi di verità e chiarezza nella bozza di bilancio presentata in assemblea.

Il tribunale dopo aver, in via cautelativa, sospeso il voto contrario espresso dal socio, nella sentenza accoglieva (a parte il risarcimento danni) le richieste della società e anche la Corte d’appello confermava la sussistenza del conflitto di interessi in capo al socio.

Nel proporre ricorso in Cassazione il socio sosteneva la mancanza di legittimazione da parte della società a proporre domanda di annullamento della deliberazione assembleare. Seppur non sollevata nei primi due gradi di giudizio la Cassazione può comunque (non essendoci nei precedenti gradi di giudizio intervenuta sentenza passata in giudicato in merito alla questione) pronunciarsi sulla legittimazione attiva della società in merito alla proposizione del ricorso per l’annullamento della delibera.

La pronuncia. Secondo quanto previsto dall’art. 2373 c.c. nel testo attualmente vigente la deliberazione approvata con il voto determinante di coloro (il testo precedente alla modifica del 2012 parlava del voto di soci) che abbiano, per conto proprio o di terzi, un interesse in conflitto con quello della società è impugnabile a norma dell’articolo 2377 qualora possa recarle danno.

L’interesse del socio deve essere valutato sulla base di elementi oggettivi non potendo quindi interpretarsi alla stregua del motivo (in senso soggettivo quindi) e deve sussistere nei confronti della società non bastando al riguardo un semplice conflitto tra soci.

L’impugnazione o la domanda di risarcimento del danno devono essere proposte entro 90 giorni dalla data della deliberazione, ovvero, se questa è soggetta a iscrizione nel registro delle imprese, entro 90 giorni dall’iscrizione o, se è soggetta solo a deposito presso l’ufficio del registro delle imprese, entro 90 giorni dalla data di questo.

Tale articolo non prevede (neanche nel testo ante riforma applicabile al caso di specie) che tra i soggetti legittimati all’impugnazione vi sia la società. Possono impugnare la delibera i soci assenti o dissenzienti, gli amministratori o i sindaci della società ma non la società stessa. La società potrà tutt’al più essere legittimata passiva proprio perché, sottolinea la Cassazione, «da essa, cioè dal suo organo deliberante, promana la manifestazione di volontà che è oggetto dell’impugnazione, e sarebbe quindi inammissibile attribuirle la legittimazione a insorgere giudizialmente contro la sua stessa volontà».

La circostanza che l’amministratore, nell’impugnare una delibera assembleare, non agisce, a meno che non sia direttamente coinvolto, a tutela del proprio interesse ma a tutela dell’interesse della società, non farebbe quindi venir meno la carenza di legittimazione attiva da parte della società che non avrebbe comunque un interesse proprio ad agire in giudizio.

È proprio nella contrapposizione tra organi della stessa società, sostiene la Cassazione, ai fini della individuazione della volontà «legittimamente imputabile all’ente che è dato scorgere la ratio della chiara scelta legislativa sottesa al disposto dell’art. 2377 cod. civ., con la attribuzione della legittimazione non già all’ente cui l’atto sul quale insorge il contrasto è già imputato, e che d’altra parte ne ha la disponibilità senza ricorrere al giudice, bensì al suo organo di gestione o di controllo che solleva il contrasto». Ne deriva quindi la mancanza di legittimazione della società all’impugnazione della deliberazione di approvazione del suo bilancio.

Al riguardo si rileva che, come regola generale, se la deliberazione impugnata è sostituita con altra presa in conformità della legge e dello statuto non può aversi annullamento della delibera ma restano salvi i diritti acquisiti dai terzi sulla base della deliberazione sostituita.

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