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Delega fiscale, rischio tempi più lunghi

Un decreto unico sulla certezza del diritto da varare il 20 febbraio. Una data che però scontenta quasi tutti perché viene considerata troppo lontana. Mentre Ncd con Maurizio Sacconi chiede di portare subito il provvedimento all’esame del Parlamento e la minoranza Pd sollecita l’esecutivo a riferire alle Camere, il Governo lavora per ampliare ed arricchire il testo, ma anche per prorogare il termine di esercizio della delega fiscale(scade il 27 marzo) facendo leva su un emendamento al milleproroghe. I tecnici già da ieri hanno riaperto il cantiere sulla certezza del diritto per arrivare a presentare il nuovo provvedimento il 20 febbraio prossimo. Ai tre capitoli sull’abuso del diritto, sulla contestata revisione dei reati tributari e sulla cooperative compliance, se ne aggiungeranno altri tre: l’accertamento con i ritocchi agli strumenti deflattivi del contenzioso, le liti tra fisco e contribuenti e la fiscalità internazionale.
Le associazioni di categoria, dal canto loro, chiedono che siano rispettati i tempi di attuazione dell’intera riforma già fissati per fine marzo. Ma ormai sia all’Economia che in ambienti parlamentari la proroga di tre-sei mesi viene ormai data per certa. A chiederla al premier è stato a più riprese il presidente della Commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone (Fi). Ieri l’ufficio di presidenza ha deciso di incardinare le proposte di legge di proroga della delega presentate dallo stesso Capezzone? e dal capogruppo del Pd in Commissione, Marco Causi, mentre sulla norma salva-Berlusconi ha chiesto di audire il Governo (il ministro Padoan e il viceministro Casero) e poi il presidente emerito della Consulta Franco Gallo.
Ma le polemiche non si placano. «Il Governo venga subito in Parlamento con quel decreto delegato, a prescindere da coloro che ne sarebbero i beneficiari, esprima il suo convincimento e – chiede il capogruppo di Ncd al Senato Sacconi – ci dica cosa pensa sia giusto per il nostro sistema tributario e per il nostro ordinamento». Ma l’esecutivo fa muro. E si oppone anche alla richiesta della minoranza Pd e di una parte consistente dell’opposizione a dare subito conto nelle Aule parlamentari della gestione del decreto da parte di Palazzo Chigi. Dal ministro Maria Elena Boschi arriva un no alle conferenze dei capigruppo di Camera e Senato. Con il rischio di far salire ulteriormente la tensione con la minoranza Pd.
«Renzi in Aula per spiegare? Certo non guasterebbe», afferma a La7 l’ex segretario dem Pierluigi Bersani. Che aggiunge: «Renzi se ne è presa la responsabilità, ha detto la “manina” è mia. A me piace la franchezza ma non riesco a fargli i complimenti. Il modo per venirne fuori – prosegue Bersani – è non aspettare il 20 febbraio ma affrontare di nuovo quel decreto in Cdm e togliere la parte delle frodi fiscali». E che le acque nel Pd non siano tranquille lo conferma la richiesta arrivata da Massimo Mucchetti al Governo di riferire in Aula al Senato, alla quale si sono associati M5S, Sel e Lega. Con il vicepresidente dei senatori Pd, Giorgio Tonini, subito costretto a precisare che la richiesta di Mucchetti era a titolo personale. Anche Pippo Civati sollecita Renzi a chiarire in Aula. Ma per la Boschi i provvedimenti dell’esecutivo non potrebbero essere oggetto di informativa. Silvio Berlusconi, da parte sua, avrebbe coniato una storiella ad hoc sul presunto codicillo in suo favore: «Quando si viene a sapere che» sull’imbarcazione che sta per affondare «ci sono io a bordo, ogni soccorso viene bloccato…». Norma che comunque per il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini va eliminata.

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