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Del Vecchio: “Io nella cordata Ilva solo con un socio industriale forte”

Il salvataggio dell’Ilva di Taranto deve compiersi entro fine anno, altrimenti evitare la chiusura sarà difficile. Al momento vi sono due cordate in corsa che hanno depositato un’offerta non vincolante ai commissari straordinari, quella composta da Marcegaglia e dal colosso franco indiano Arcelor Mittal e quella tricolore formata dall’imprenditore dell’acciaio Arvedi, Cassa Depositi e Prestiti e Leonardo Del Vecchio attraverso la sua finanziaria Delfin. Questa seconda cordata ha annunciato lunedì l’ingresso nella propria compagine degli indiani di Jindal, che controllano Jsw, una conglomerata che si occupa di energia, miniere, porti, infrastrutture e persino software ma è anche il più grande gruppo indiano privato dell’acciaio. Numeri che potrebbero convincere anche l’imprenditore fondatore della Luxottica, che non ritiene Arvedi in grado di gestire un turnaround dell’Ilva. «Fin dall’inizio abbiamo detto che la condizione fondamentale per la nostra partecipazione era che ci fosse un gruppo industriale dalle spalle sufficientemente larghe in grado di gestire un’azienda complessa come Ilva. Stiamo controllando le capacità tecniche e tecnologica di Jindal per vedere se risponde a queste caratteristiche», afferma Del Vecchio.
Il patron di Luxottica considera l’Ilva un investimento puramente finanziario, un suo personale contributo al risanamento di un’azienda molto importante per il tessuto industriale italiano. Ma non è disposto a fare una brutta figura nel caso l’operazione non riuscisse ad andare in porto secondo gli obbiettivi che sono stati prefissati. D’altronde, investire in Ilva non è l’unico modo che Del Vecchio ha a disposizione per destinare una parte delle sue risorse personali in un’attività rilevante per il territorio. Il suo patrimonio personale è talmente ampio (il 64% di Luxottica in pancia alla Delfin vale 13,4 miliardi di euro ai prezzi di Borsa) da permettergli di costruire ospedali o finanziare la ricerca. Dunque nei giorni scorsi ha anche pensato di sfilarsi dalla cordata per l’acquisto dell’Ilva, alla quale dovrebbe contribuire con 300-350 milioni anche se i suoi soci, Cdp e Arvedi, contano su di lui. «Se non trovo chi la gestisce non voglio fare stupidaggini, stiamo approfondendo il tema ». Tuttavia l’arrivo degli indiani di Jindal gli sta facendo cambiare idea, in positivo. Insieme alla Cdp, ad Arvedi e a Del Vecchio dovevano partecipare i turchi di Erdemir, ma questi si sono tirati indietro lo scorso giugno prima della presentazione dell’offerta. Ufficialmente per un cambio di management al vertice dell’azienda ma poi, in seguito agli eventi di quest’estate, a molti è venuto il sospetto che il passo indietro non sia stato casuale. E ora Erdemir è un capitolo chiuso. L’altro colosso dell’acciaio che ha messo gli occhi sull’Ilva è Arcelor Mittal anche se tra i partecipanti è opinione comune che i franco indiani siano interessati solo a una parte del business di Taranto. In pratica, anche secondo Del Vecchio, Arcelor Mittal non ha come priorità per la continuazione del suo business il salvataggio dell’Ilva. Anzi, se non vi fossero altri pretendenti in campo il gruppo guidato dal miliardario indiano Lakshmi Mittal sarebbe in grado di dettare le condizioni al governo italiano, in primo luogo una drastica riduzione del personale. E a quel punto il ministero dello Sviluppo economico guidato da Carlo Calenda sarebbe messo con le spalle al muro. Dunque la permanenza in campo di una seconda cordata, con la Cdp a fare da “anchor investor”, è comunque fondamentale per il rilancio dell’Ilva.

Giovanni Pons

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