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Del Vecchio apre il paracadute Luxottica argina le perdite

Un’altra giornata complessa quella di ieri per Luxottica in Borsa, che ha tentato di frenare le vendite in una seduta in forte ribasso (-4,4% il Ftse Mib) dopo la bufera dei due giorni scorsi, innescata dalle dimissioni dell’amministratore delegato Enrico Cavatorta. In totale, quindi, tre giorni di ribasso che hanno mandato in fumo un valore teorico di 2,3 miliardi, di cui il 65,6 % di pertinenza della famiglia Del Vecchio, custode di quella quota attraverso la Delfin. La cassaforte lussemburghese non è tuttavia rimasta a guardare. A quanto risulta dalle comunicazioni alla Borsa italiana, la Delfin dal primo settembre, giorno delle dimissioni di Andrea Guerra, ha speso fino al 10 ottobre circa 70 milioni per acquistare e quindi sostenere i titoli sul mercato. Ed è sicuramente intervenuta anche nei giorni successivi, quelli dei ribassi oltre il 9%. 
Intanto al quartier generale di Milano e nella sede di Agordo si preparano all’uscita, o alla revisione dei loro contratti, una decina di manager. Dopo Antonio Miyakawa diventato consulente, anche Fabio D’Angelantonio, manager che Guerra aveva portato dalla Merloni sarebbe pronto per le dimissioni. È la naturale conseguenza della confusione che sembra regnare al vertice, sostengono fonti vicine al gruppo.
Il presidente Leonardo Del Vecchio si è impegnato con il board a trovare un co-amministratore delegato da affiancare a Massimo Vian entro il 29. Ma la regia della ricerca almeno in questa fase sembra quella di Francesco Milleri (prima consulente della Delfin e della famiglia, poi di Del Vecchio) che tiene personalmente i rapporti con Egon Zhender, l’head hunter che sta cercando il manager in tutto il mondo (e si dice l’abbia trovato). Diventa più nitido il ruolo di Milleri, consulente fidato. Mentre sembra perdere trasparenza la governance della multinazionale. Sta cambiando anche il sistema di relazioni che ha sempre accompagnato il patron. Persino i rapporti con l’avvocato Sergio Erede, che cura i futuri assetti della famiglia, si sono raffreddati. Il rischio governance lo aveva visto Roger Abravanel. L’ex McKinsey aveva chiesto durante il board del 13 ottobre un governo chiaro, con un solo ceo di livello, individuato da un comitato ristretto di consiglieri, che fosse anche in grado di cambiare il ruolo della presidenza e del board. Un quadro respinto dal patron, cosa che ha provocato le dimissioni di Abravanel. Gli altri consiglieri hanno minacciato di lasciare ma hanno poi accettato di rimanere e cercare il secondo capoazienda.

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