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Del Vecchio al nodo governance: ancora fuori dal cda Mediobanca

Tra un mese probabilmente la Delfin di Leonardo Del Vecchio sarà salita a ridosso del 20% di Mediobanca, ma finora di posti in consiglio non ne ha chiesti. Li accetterebbe se fossero offerti? E una volta arrivata al tetto massimo autorizzato dalla Bce, chiederà di oltrepassare anche la soglia del 20%? Non è stato possibile ottenere una risposta dalla holding lussemburghese che è diventata di gran lunga il primo azionista di Piazzetta Cuccia, ma ricostruendo le ultime mosse dell’imprenditore degli occhiali ci si può fare un’idea di come il dossier della governance si stia facendo caldo.

Andando a ritroso, nel mettere assieme il pacchetto azionario che oggi sfiora il 19%, Delfin ha sempre attinto al mercato, con una sola eccezione: il 2% acquistato da Fininvest un mese e mezzo fa. Sebbene la quota facesse parte del patto, l’accordo sottoscritto dai soci stabili non contempla più alcuna prerogativa di governance, tant’è che nel board non c’è più alcun rappresentante diretto dell’azionariato. Nel consiglio di Mediobanca siede l’ex amministratore delegato di Mondadori ed ex presidente Fieg Maurizio Costa che però da anni non ha più rapporti professionali con il gruppo della famiglia Berlusconi e nel board di Piazzetta Cuccia è qualificato come indipendente da ben più di un mandato. Come tale infatti è presidente del comitato nomine della banca e inoltre siede nel comitato “ex articolo 18, comma 4” dello statuto, che di fatto decide come comportarsi a riguardo delle nomine in Generali. Il comitato – di cui fanno parte anche Valérie Hortefeux (indipendente, considerata ai tempi in quota Bolloré) e il direttore generale Saverio Vinci – è presieduto dall’ad Alberto Nagel che ha «poteri di proposta sulle determinazioni da assumere nelle assemblee delle società partecipate (con una partecipazione pari ad almeno il 10% del capitale e di importo superiore al 5% del patrimonio di vigilanza consolidato del gruppo), qualora quotate, in merito alla nomina degli organi sociali». Costa ricopre quindi un ruolo delicato che in ogni caso non risente del cambio di azionariato. Nel consiglio di Mediobanca alla scorsa assemblea sono state riconfermate, per esempio, anche Maurizia Comneno e Elisabetta Magistretti, indipendenti originariamente “in quota” UniCredit che tuttavia da tempo ha liquidato la sua partecipazione in Piazzetta Cuccia. Insomma nessuno chiederà ai consiglieri indipendenti, che sono la stragrande maggioranza del board, di farsi da parte perchè è cambiato l’azionariato, e d’altra parte non risulta che nessuno abbia intenzione di rimettere il mandato prima della scadenza, tra due anni.

Altra questione: Delfin ha chiesto alla Bce l’autorizzazione a salire fino al 19,99% in qualità di investitore finanziario, senza pretese di governance, tant’è che lo scorso anno, nell’ambito del rinnovo del consiglio, ha votato per la lista di Assogestioni. Vista dall’esterno, una situazione un po’ anomala che potrebbe andare stretta all’imprenditore degli occhiali non avvezzo a atteggiamenti “passivi” nei confronti di nessuna delle sue partecipazioni in portafoglio. Per cambiare di status dovrebbe però rifare la trafila chiedendo una nuova autorizzazione su basi differenti. Ci vorrebbero mesi e difficilmente un eventuale ok della Bce potrebbe arrivare prima dell’assemblea di fine ottobre che peraltro quest’anno non ha all’ordine del giorno temi straordinari, ma solo l’approvazione del bilancio.

Terzo punto: Delfin si è già lasciata comunque le mani libere sulla governance. Come risulta dal verbale dell’assemblea – che lo scorso anno, causa Covid, si è tenuta ancora a porte chiuse – Delfin ha infatti disertato la votazione, non presentandosi, sul primo tema all’ordine del giorno della parte straordinaria che riguardava le modifiche statutarie per consentire la nomina di amministratore delegato e direttore generale dall’esterno, svincolandola dalla cerchia dei dirigenti del gruppo con almeno tre anni di anzianità. E questo, nonostante le modifiche andassero nella direzione auspicata, contemplando anche la possibilità di sostituzioni dall’esterno, in deroga alle disposizioni ancora vigenti. Peraltro, Delfin – che sul prosieguo dell’assemblea ha poi partecipato con la quota che a ottobre era pari al 10,16% – si è astenuta sul rinnovo della delega al cda per una eventuale ricapitalizzazione, con esclusione del diritto d’opzione, riservata al mercato. La facoltà – che comunque è stata riconfermata dall’assemblea – diluirebbe l’azionariato preesistente di poco meno del 10%.

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