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DeGuindos “Ripresa vicina anche la politica monetaria dovrà uscire dall’emergenza”

Luis de Guindos, vicepresidente della Bce, parla in quest’intervista esclusiva con Repubblica dell’importanza del Recovery Plan italiano, delle virtù di Draghi, del perché un taglio del debito è impensabile e perché l’Europa dovrebbe puntare a una maggiore integrazione e agli eurobond. Soprattutto, intravede la luce in fondo al tunnel della ripresa e dell’uscita dall’emergenza, anche per la Bce. E per aziende e imprese il quadro potrebbe essere meno cupo del previsto.
Le prospettive economiche della zona euro rischiano di peggiorare in uno scenario in cui continuano a moltiplicarsi le varianti del coronavirus?
«Siamo in una situazione “agrodolce”. Il primo trimestre è stato più debole di quanto non avessimo previsto tre mesi fa.
D’altra parte il ritmo di vaccinazione sta guadagnando slancio in tutta Europa. Ed è un’ottima notizia perché sarà il fattore che influirà principalmente sull’economia. Per ora la stima è che la crescita sarà intorno al 4%.
Ci aspettiamo che la seconda metà dell’anno sarà molto positiva.
Anche se c’è ancora incertezza.
Osserviamo altrove che appena la vaccinazione accelera – pensiamo al Regno Unito, a Israele o agli Usa – la situazione si normalizza rapidamente. Spero che saremo in grado di raggiungere una situazione molto migliore già verso l’estate».
Mario Draghi ha presentato un Recovery Plan da 248 miliardi con importanti riforme strutturali. E ha dichiarato che è in gioco il destino dell’Italia. Lei è stato suo vice per due anni alla Bce: secondo lei Draghi può ripristinare la fiducia in Italia?
«Mario Draghi ha dato un contributo molto importante all’Europa e ora sta dando un contributo molto importante all’Italia. E il contributo principale all’Italia, per ora, è che guida un governo di unità che ha il sostegno di una maggioranza molto ampia in Parlamento. È molto importante. E il Recovery Plan per l’Italia sarà fondamentale, sarà l’elemento chiave per determinare il futuro della sua economia. E penso anche che il prestigio e la reputazione di Draghi siano stati il collante per l’unità che vediamo nel Parlamento italiano. È un ottimo segnale per tutta l’Europa».
Lei, appunto, lo ha conosciuto come suo vice. Qual è la sua qualità migliore?
«Draghi ha enormi qualità di leadership, le ha dimostrate chiaramente da Presidente della Bce. Ed è la migliore qualità per consentire a un Paese di guardare con fiducia in avanti».
Lei ha detto che il piano di ripresa in Italia è importante per il successo dell’Italia. Essendo il più grande in Europa, non è anche cruciale per la ripresa del continente?
«Uno dei problemi dell’impatto della pandemia è che ha colpito in modo molto divergente. Nel 2020 il calo medio del Pil è stato poco meno del 7%; ma nei Paesi del nord la contrazione si è fermata al 4-5%, mentre in Paesi come la Spagna ha raggiunto l’11%. Anche le situazioni dei conti pubblici sono molto diverse, tra Nord e Sud Europa.
Ecco perché il Next Generation Eu è così importante: per scongiurare divari troppo grandi tra Paesi. Ed è anche importante che sarà finanziato con l’emissione comune di bond, e che una parte dei fondi saranno erogati sotto forma di sovvenzioni. Infine, il Next Genereation Eu è stato studiato in modo da aiutare soprattutto i Paesi più colpiti dalla pandemia. Sono tre elementi che rendono il piano fondamentale.
Inoltre cerca di stimolare la crescita potenziale nel medio termine e di non essere solo una fonte di finanziamento per progetti a breve. Anche per questo i fondi dovranno essere accompagnati da riforme per migliorare la produttività e la competitività dei Paesi. Ed è anche il motivo per cui deve essere implementato e avviato molto rapidamente. E i diversi piani dovranno essere approvati anche rapidamente dalla Commissione».
I Paesi europei come l’Italia riemergeranno anche con un enorme debito pubblico dalla pandemia. Qualcuno chiede che sia tagliato. Che ne pensa?
«Non è una soluzione. Sarebbe non soltanto una violazione del Trattato, e dunque inaccettabile per la Bce, ma anche un errore economico».
Perché?
«D’un lato, se il debito venisse cancellato le banche centrali nazionali sarebbero costrette a usare i loro profitti per coprire quei buchi invece di pagare dividendi ai governi, come fanno attualmente alla fine di ogni anno. Inoltre, ed è ancora più importante, una decisione di questo genere metterebbe a rischio la credibilità della banca centrale e danneggerebbe l’efficacia delle nostre decisioni».
La Corte costituzionale di Karlsruhe ha dato un via libera condizionato alla legge sulle “risorse proprie” tedesca. E c’è il timore che la sentenza definitiva stronchi ogni ambizione di arrivare in futuro agli eurobond.
Una buona o una cattiva notizia?
«Non sta a noi commentare sentenze. Ma se per la prima volta la Commissione Ue potrà emettere titoli comuni, è perché c’è stata la volontà politica di farlo. E questo mi sembra un progresso importante».
Quindi gli eurobond sarebbero positivi.
«Quando un accordo è stato raggiunto sul Next Generation Eu e sulle sue forme di finanziamento, i mercati hanno reagito molto positivamente. Perché hanno visto la volontà politica dietro a questo accordo e perché hanno capito che i governi europei erano fermamente convinti a fare qualsiasi cosa per affrontare le conseguenze della pandemia. È necessario completare l’unione monetaria. E penso che dobbiamo completare l’unione bancaria con il sistema europeo di assicurazione dei depositi. Dobbiamo lavorare all’unione dei mercati dei capitali e convergere anche su uno strumento europeo per perseguire una politica fiscale comune».
C’è stato nervosismo sui mercati che temono che l’inflazione possa aumentare negli Usa e contagiare l’Europa. È giustificato?
«La ripresa negli Usa è cominciata prima e ha avuto l’effetto di un aumento dei rendimenti nominali sui titoli di Stato. È la normale conseguenza del processo di normalizzazione che cominciamo a vedere. La vaccinazione negli Usa è stata molto rapida e il loro stimolo fiscale molto ambizioso. E i mercati si aspettano che con la ripresa aumenti anche l’inflazione. Ciò crea pressione sui rendimenti.
Ma di recente abbiamo cercato, con le nostre decisioni, di eliminare quell’effetto. E ci siamo riusciti: da marzo i rendimenti sui titoli europei sono molto tranquilli. I mercati hanno capito che gli Usa sono in un ciclo più avanzato della ripresa. E anche che quelle tensioni sui rendimenti non erano giustificati dei fondamentali dell’economia».
Ma c’è ancora il timore che la Fed potrebbe essere costretta presto ad essere meno accomodante, aumentando le pressioni sulla Bce.
«È chiaro che la normalizzazione della politica monetaria deve andare in parallelo con quella dell’economia. Con la fine della pandemia, quando l’economia comincerà a normalizzarsi, è chiaro che anche la politica monetaria dovrà iniziare a normalizzarsi. Un programma di emergenza come il Pepp è per definizione un programma temporaneo, ed è progettato per affrontare le conseguenze economiche della pandemia. Ma è chiaro che l’eventuale ritiro di queste misure straordinarie dovrà andare di pari passo con l’evoluzione dell’economia, su questo dobbiamo essere estremamente attenti. Qualsiasi accelerazione correrebbe il rischio di strangolare la ripresa. D’altro canto, prolungare troppo le misure emergenziali porta rischi di azzardo morale ma anche di una zombificazione di parti dell’economia europea. Abbiamo bisogno di un approccio equilibrato».
Qualcuno teme anche che la fine della pandemia – e delle moratorie sui debiti – possa provocare una valanga di insolvenze e un aumento delle sofferenze bancarie. Condivide questi timori?
«È vero, all’inizio della crisi, uno dei timori principali era la possibilità che alla crisi seguisse un’ondata di insolvenze, principalmente nel settore turistico o dei servizi in generale.
Perciò è stato importante che alcuni Paesi, comprese l’Italia e la Spagna, abbiano garantito aiuti finanziari dall’inizio ai settori più colpiti e si siano decise moratorie sui debiti. È stato anche importante per scongiurare il circolo vizioso tra debiti aziendali, bancari e pubblici. Anche in questo caso sarà molto importante che quelle misure vengano ritirare gradualmente e con molta cautela, dopo la crisi. Altrimenti rischiamo di strozzare la ripresa. Infine, c’è sempre un ritardo tra l’evoluzione dell’economia e quella degli Npl.
Ma penso sia molto importante dire che i rischi che avevamo previsto all’inizio della crisi non si sono materializzati. Certo, ci sarà un aumento degli Npl nella seconda metà dell’anno, ma non sarà acuto come temevamo».
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