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Deflusso di capitali dall’Europa: Italia al primo posto nel 2016

Dall’area euro escono capitali. Sono usciti nel 2015. Ma soprattutto nel 2016. E il Paese che ha avuto il maggior deflusso l’anno scorso è stata l’Italia. A certificarlo è la Banca centrale europea nel suo Bollettino economico pubblicato ieri. L’emorragia di capitali è dovuta a due motivi: da un lato gli europei comprano sempre più titoli non-euro (nel 2016 gli acquisti netti hanno raggiunto i 364 miliardi di euro, poco sotto il record da 382 miliardi del 2015), dall’altro gli investitori internazionali vendono sempre più titoli in euro (nel 2016 l’hanno fatto per un totale netto di 192 miliardi, che rappresenta il record storico).
Morale: sia gli europei sia i non europei nel 2016 hanno spostato denaro fuori dall’area euro. Per tre ragioni. Uno: perché i rendimenti obbligazionari in Europa erano troppo bassi, dunque poco appetibili. Due: perché dopo Brexit è aumentata l’avversione per il rischio. Tre: secondo alcuni economisti (questa motivazione non è annoverata dalla Bce) anche perché in Paesi come l’Italia si sente l’effetto tecnico del quantitative easing, cioè della politica monetaria della Bce stessa.

Capitali in uscita
Partiamo dai numeri. A subire il deflusso di capitali è in primo luogo l’Italia. Secondo la Bce, la Penisola è stata penalizzata dalla vendita di titoli di Stato da parte di investitori internazionali: solo nel 2016 le vendite nette sono ammontate a una cifra pari al 4,1% del Pil. Si potrebbe pensare che questo sia dovuto alla sfiducia verso il nostro Paese. In tal caso, però, non si capirebbe perché il secondo Paese più colpito dai deflussi sia invece il grande campione europeo: la Germania (con uscite dai titoli di Stato pari al 3,1% del Pil). Al terzo posto c’è la Spagna. Per contro, però, il Paese iberico ha registrato afflussi di capitali sul mercato azionario. Insieme alla Francia. Già questa classifica fa intuire che i movimenti di capitali hanno motivazioni più ampie rispetto alla banale sfiducia.

I motivi del deflusso
Infatti una parte di questi movimenti di capitali è dovuta – scrive la Bce – al fatto che in Europa i tassi sono più bassi che in altre parti del mondo. Questo sposta gli investitori dove – banalmente – guadagnano di più. Questo penalizza anche e soprattutto la Germania. Ma, secondo alcuni economisti, almeno guardando all’Italia c’è anche un altro motivo tecnico: il quantitative easing della Bce. Come noto, ogni banca centrale nazionale (sotto il coordinamento della Bce) sta acquistando titoli di Stato del proprio Paese. Quando la Banca d’Italia compra BTp da investitori esteri, di fatto sta facendo uscire capitali dall’Italia ed entrare titoli. Quando compra da investitori italiani, invece, il movimento successivo di capitali dipende da cosa gli italiani faranno dei soldi incassati vendendo BTp alla Bce. Ebbene: emerge dai dati pubblicati ieri dalla Bce (ma già si capiva dai saldi di Target 2) che sia gli investitori esteri sia quelli italiani non reinvestono nella Penisola i soldi ottenuti dalla Banca d’Italia. Ma preferiscono comprare titoli non-euro.
A questo punto si possono dunque fare due supposizioni: o gli investitori si fidano poco dell’Italia, oppure semplicemente stanno diversificando il loro portafoglio. La Bce non parla di questo nel suo rapporto. Probabilmente sono vere entrambe le ipotesi, ma la seconda non è da sottovalutare: negli ultimi anni le famiglie italiane hanno infatti ridotto i titoli di Stato e le obbligazioni bancarie nei loro portafogli, dirottando la ricchezza sempre più sul risparmio gestito. L’hanno fatto perché i tassi a zero e gli scandali dei bond bancari hanno reso queste due forme di investimento sempre meno remunerative. Solo questo fenomeno (meno fai-da-te e più gestioni professionali) ha l’effetto ovvio di spostare capitali all’estero: perché i fondi comuni diversificano geograficamente molto più di chi compra solo BTp o bond bancari italiani.

Bicchiere pieno o vuoto?
Bisogna dunque capire se questo deflusso (guardando l’Italia) sia positivo o negativo. È certamente negativo che sempre meno investitori scelgano l’Italia e l’Europa (tra l’altro nel 2017 questo fenomeno si sta ridimensionando). È probabilmente negativo che anche i risparmi degli italiani stiano uscendo dai confini nazionali, anche se è positivo che le famiglie stiano diversificando. Ma – come osserva Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo – questo deflusso può essere anche visto in positivo per un altro motivo: «I movimenti di capitali stanno ristrutturando le passività dell’Italia, rendendo il Paese meno vulnerabile agli shock finanziari. Rispetto al 2011 le passività delle banche italiane nei confronti di investitori internazionali si sono ridotte da 430 a 280 miliardi. Contemporaneamente la quota i titoli di Stato italiani in mano a investitori esteri è scesa da oltre il 50% all’attuale 35% circa. Questo ci rende meno vulnerabili».

Morya Longo

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