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Il deficit vola all’11,8% nel 2021 Debito record a quota 159,8%

Complice il nuovo deficit aggiuntivo da 40 miliardi approvato ieri per finanziare il decreto «sostegni-bis», il Documento di economia e finanza esaminato dal consiglio dei ministri fotografa il debito più alto degli ultimi 100 anni: quest’anno si arriva infatti al 159,8% del Pil, quattro punti sopra i livelli già record del 2020, pareggiando di fatto il picco della storia unitaria dell’Italia raggiunto nel 1921. A spingere in alto il passivo è un altro primato, il deficit schizzato all’11,8%, che segna un aumento da 2,3 punti rispetto all’anno scorso ed eguaglia il maxi-disavanzo del 1985.

La terza ondata della pandemia, in pratica, rimanda quindi di un anno l’inversione di rotta dei conti pubblici verso un ritorno alla fisiologia che appare lungo e difficile. Il debito pubblico «rimane del tutto sostenibile», giura il Def, ma è importante sapere fin da ora che «i frutti della maggior crescita» attesa dal Recovery Plan e dal rilancio degli investimenti «dovranno contribuire al rafforzamento della finanza pubblica». Numeri di questo tipo travalicano il problema legato alle regole Ue, che certo «devono essere riviste allo scopo di promuovere maggiormente la crescita»» come spiega il ministro dell’Economia Daniele Franco nella premessa al Documento, e impongono in ogni caso che la riduzione del rapporto fra debito e Pil sia «la bussola della politica finanziaria del governo». Bussola che dovrà funzionare a lungo: il Def certifica infatti che il Paese non recupererà i livelli di ricchezza pre-Covid prima del 2023, e che il disavanzo rimarrà superiore al 3% del Pil almeno fino al 2025.

Ma questo calendario lungo di rientro verso il pareggio del saldo primario è determinato dai tempi tecnici necessari ad appianare la curva del deficit: perché, spiega il Documento, la politica economica sarà «espansiva» solo fino al 2022, per diventare «neutrale» dall’anno successivo.

Le cifre fanno impressione. Sono figlie di stime «prudenziali», avverte il ministro dell’Economia, perché i calcoli del Def «riflettono solo in parte l’ambizione politica di rilancio che il governo intende seguire». Le incognite della pandemia hanno però insegnato anche l’importanza degli «scenari avversi», che da un anno a questa parte trovano uno spazio centrale nei documenti di finanza pubblica.

Non fa eccezione il nuovo Def: l’avvertenza, infatti, è che lo scenario base poggia sull’ipotesi di una drastica accelerata nella campagna vaccinale, che porterebbe a immunizzare l’80% della popolazione italiana entro la fine di settembre. Se l’obiettivo fosse mancato, o se la campagna vaccinale non riuscisse ad avere ragione delle varianti, la crescita stimata si ridurrebbe infatti di parecchio.

Il governo basa le proprie ipotesi su una crescita tendenziale per quest’anno del 4,1%, dato già di per sé rafforzato dagli effetti espansivi attribuiti al debutto del Recovery Plan, senza i quali la dinamica di base del prodotto scenderebbe sotto il 4 per cento. L’obiettivo della politica economica, tentato prima di tutto con il decreto «sostegni bis» atteso entro fine mese, è di far alzare la crescita fino al 4,5 per cento. Ma nello scenario avverso, quello influenzato dall’ipotesi di efficacia ridotta della campagna vaccinale, il Pil tendenziale si fermerebbe al 2,7%.

L’«obiettivo della crescita economica è centrale per il governo», ha spiegato il premier Draghi ai ministri nel corso della riunione di Palazzo Chigi, e la «visione espansiva per le imprese e l’economia» sarà alla base del nuovo decreto con gli aiuti. Ma con un quadro di finanza pubblica del genere, la spinta espansiva dovrà trovare un equilibrio complicato con la necessità di cominciare a rimettere in carreggiata i conti.

Proprio per questo il governo già prevede che la manovra autunnale dovrà portare «risparmi di spesa e aumenti delle entrate». Dovrà insomma ritornare in scena la spending review, espressamente citata dal Def come «razionalizzazione della spesa», e servirà una spinta ulteriore alla lotta all’evasione (nel 2020 ha fruttato 12,7 miliardi), aiutata anche dal lavoro del G20 sulla tassazione delle multinazionali. Sempre che l’accordo internazionale si trovi; e che l’autunno non porti un’altra recrudescenza pandemica.

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