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Deficit, scontro sulla sfida a Bruxelles

Renzi e l’Europa, Renzi e la scissione del Pd, Renzi e la staffetta con Letta a Palazzo Chigi. Il nuovo libro dell’ex premier scatena la reazione polemica della minoranza dem e dei fuoriusciti vicini a Pisapia. Per gli orlandiani le centinaia di pagine di Avanti (Feltrinelli), anticipate dai giornali, altro non sono che «la solita minestra riscaldata». La conferma che il leader del Pd non ha alcuna intenzione di cambiare linea.

Sulla politica economica Matteo Renzi sfida la Ue, chiedendo il «ritorno per cinque anni ai parametri di Maastricht con deficit al 2,9%». Una ricetta che farebbe guadagnare all’Italia un margine di 30 miliardi per «ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita». Nel «manifesto progressista» del padrone di casa del Nazareno c’è anche il veto nei trattati al Fiscal compact, il cui avvento definisce «scriteriato».

Pier Luigi Bersani respinge con forza la proposta economica dell’ex premier, come «l’eterna e fallimentare ricetta di tutte le destre del mondo». L’ex viceministro Stefano Fassina (SI) invece apprezza l’obiettivo di deficit programmatico al 2,9%, ma contesta l’uso delle risorse per il solo taglio delle tasse: un’idea che da «blairiano fuori tempo massimo». Renzi smentisce di aver mai aiutato il «Giglio magico», rivela come i grand commis gli avrebbero fatto la guerra, addossa a Monti e Letta le responsabilità della crisi sui migranti e si racconta «sotto il fuoco amico della sinistra nostalgica». I bersagli sono Pisapia e D’Alema, accusati di evocare quella stagione dopo aver segato l’Ulivo: «In nome dell’unità si pratica la scissione. Ignorando la storia, si vive di amarcord». Dall’entourage dell’ex sindaco si replica che «Pisapia in realtà votò la fiducia al governo in dissenso dal suo gruppo» e, soprattutto, che «Bertinotti era deciso a far cadere Prodi già un anno prima e fu proprio Pisapia a mediare». Quindi, ragionano i suoi, «se non fosse stato per lui il governo dell’Ulivo sarebbe finito prima».

Nel libro Renzi attacca anche gli ex scissionisti: perché i «maestri del logoramento», come Bersani e Speranza, se ne sono andati dal Pd? «Perché hanno capito che non sarebbero rientrati in Parlamento» insinua il leader, che ai fondatori di Mdp non perdona «quei brindisi dopo la sconfitta». E le alleanze? Non si fanno «per accontentare qualche nostalgico cantore di un passato mai esistito». Chi vuole discutere di coalizioni e poltrone, aggiunge al Tg2, «lo faccia da solo». Polemiche e recriminazioni non finiranno qui. La politica aspetta le «rivelazioni» sulla staffetta con Enrico Letta a Palazzo Chigi. Marco Meloni, lettiano che al congresso ha sostenuto Andrea Orlando, ascolta la voce del segretario come «un disco rotto», zeppo di «autocelebrazione» e privo di note nuove.

Gianni Cuperlo teme di scoprire tra le pagine «la conferma della strategia che ci ha portato a pesanti sconfitte». La prima impressione dell’ex presidente è che Renzi insista con la «linea muscolare» che ha prodotto la batosta del 4 dicembre, che «non può essere imputata per intero alla minoranza». Rivendicare le buone cose fatte al governo è cosa buona e giusta, ma solo se si è in grado di riconoscere gli errori e di scoprire «le ragioni di una grande alleanza sociale e politica». La rotta di Cuperlo è la stessa di Pisapia, il quale studia le sue priorità per la conferenza programmatica: lotta alla povertà, casa e burocrazia.

Monica Guerzoni

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