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Deficit, partita doppia in Commissione

La salvezza a metà della caduta, oppure l’impatto finale. L’Unione Europea aveva chiesto all’Italia di ridurre il suo deficit strutturale dello 0,7% per il 2015, e l’Italia aveva risposto che avrebbe garantito al massimo lo 0,1%: rotta sicura verso la collisione, nell’esame in corso a Bruxelles sulle leggi di Stabilità dei vari Paesi. Ma nelle ultime ore una voce ripresa dall’agenzia Ansa e in attesa di conferma ha rimescolato le carte: José Manuel Barroso, presidente uscente della Commissione cui toccherà il 29 ottobre l’ultima decisione, intenderebbe chiedere all’Italia una correzione dello 0,5%. Da un lato potrebbe essere un compromesso bastante (forse) a placare le diffidenze di Berlino. Dall’altro potrebbe essere invece la smentita alla promessa fatta da Jean-Claude Juncker, presidente della nuova Commissione, sulla possibilità per l’Italia e per ogni altro Paese di «fare pieno uso della flessibilità». Con un taglio dello 0,5% non c’è da sperare in molta flessibilità, ma la trattativa è probabilmente appena all’inizio.
Giorni fa, il finlandese Olli Rehn — ex commissario Ue agli affari economici — aveva letto sul Financial Times questo titolo: «Parigi non molla davanti ai sorveglianti dei bilanci». E un minuto dopo l’aveva riplasmato sul suo sito Twitter: «Parigi non molla sul cammino della riforma economica». Una settimana fa, il finlandese Jyrki Katainen, successore di Rehn, ha risposto così a Matteo Renzi che chiedeva un paio d’anni in più per far quadrare i conti: «Tutti i Paesi devono essere trattati allo stesso modo».
In questi otto giorni di attesa del verdetto di Bruxelles, all’apparenza una linea continua di fermezza sembrerebbe percorrere le due Commissioni Europee: quella guidata da Barroso, il cui mandato scadrà a fine mese e che avrà il compito di emettere il verdetto, e quella nuova guidata da Juncker. Qualunque sia la sentenza finale, Barroso non firmerà senza l’accordo di Juncker. Nel caso di forti dubbi la prassi prevede che venga consultato il governo in questione una settimana prima dell’adozione del parere e la consultazione può avvenire con una lettera, che di per sé, precisano fonti Ue, non prefigura però un’opinione negativa. L’ipotetica lettera sarebbe la stessa di cui si vocifera in questi giorni e che per molti Paesi è quasi un rito annuale.
In realtà, i «giudici» dell’Italia — e della Francia, attesa da una bocciatura quasi certa — hanno operato in momenti politici molto diversi fra loro, e hanno probabilmente metri differenti di giudizio. Lavorano in qualche modo affiancati ma non si può escludere che si dividano proprio sul giudizio riservato a Italia e Francia.
Qualche indizio non manca. Solo pochi giorni fa, Barroso ha avuto parole severe sulla politica italiana in un’intervista concessa al Corriere della Sera e ad alcuni giornali stranieri: «Chi ha causato il debito pubblico italiano, la Ue o Angela Merkel?». La sua Commissione viene dai primissimi tempi della grande recessione, ha assistito (e a volte contribuito, secondo i critici) agli errori dei suoi governi, e ha fiancheggiato quasi fino all’ultimo la marcia rigorista di Angela Merkel.
Solo nell’ultimo anno, la parola «crescita» è comparsa nel vocabolario di Barroso e dei suoi, mentre l’espressione «consolidamento dei bilanci» si attenuava. La nuova Commissione ha eletto invece il binomio «crescita-investimenti-flessibilità» a emblema del suo programma, picchia un po’ meno — nonostante i moniti di Katainen — sul tasto del rigore: e forse Juncker è restio a iniziare il suo mandato con una gran stangata. La Francia, è vero, continua a rischiare molto, ma la sua situazione, almeno sul deficit, è assai peggiore di quella dell’Italia. Ad ogni buon conto, si volge verso Berlino, dimentica dell’alleato a Roma.

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