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Deficit, missione a Roma di Bce e Commissione Ue niente manovra a marzo

La Commissione europea fa pressing sull’Italia per le riforme strutturali ma sembra ormai convinta a promuovere la legge di Stabilità 2015 nell’esame previsto per il marzo prossimo. Dopo la «svolta » sulle politiche di austerità segnata dal «Qe» di Draghi, dalla nuova flessibilità varata da Juncker sui conti pubblici e nel clima post-Tsipras, Bruxelles pretende riscontri sul calendario degli interventi su liberalizzazioni e mercato del lavoro ma sembra orientata a considerare valido il rafforzamento della manovra di novembre pari allo 0,3 per cento del Pil.
É questo il quadro che emerge dalla megamissione svolta ieri a Roma da 38 tecnici delle istituzioni europee (31 della Commissione e 7 della Bce). Uno scrutinio molto scrupoloso, che ha interessato il Tesoro e molti ministeri, guidato dal capo del dipartimento economico e finanziario di Bruxelles, l’ungherese, ex Fmi, Istvan Szekely che ha dovuto prendere le misure con i nuovi tecnici di Via Venti Settembre dopo l’uscita di Lorenzo Codogno, il funzionario che solitamente teneva i rapporti con la Commissione.
«Sfrutteremo al meglio la nuova flessibilità», ha detto ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan impegnato a Bruxelles per l’Eurogruppo. Con le nuove regole risulta sufficiente un intervento strutturale rafforzativo sui conti italiani del 2015 dello 0,25 per cento visti i «very bad times» in cui versa l’economia, senonché fino ad oggi la Commissione ha valutato gli effetti dell’intervento in questione del solo 0,1 per cento. Nei giorni scorsi però gli uomini di Padoan hanno inviato a Bruxelles un dossier sugli incassi fiscali dei giochi, la posta ritenuta in bilico e sull’output gap (il discusso impatto del ciclo economico sui conti): l’intesa di massima ci sarebbe e le distanze tra Roma e Bruxelles rimarrebbero circoscritte a 500-700 milioni. Ciò permetterà a marzo, con tutta probabilità, di chiudere la partita in sede politica senza ulteriori problemi.
Resterebbe aperta la questione della «regola del debito» del Fiscal compact: la moratoria stabilita nel 2013, al momento dell’uscita dalla precedente procedura di infrazione per molti paesi, prevedeva una riduzione triennale di circa il 2 per cento del deficit strutturale (0,6-0,7 per cento all’anno). Questa riduzione – di cui si farà un bilancio definitivo nel 2016 – è stata fatta nel 2013, vanno invece valutati gli impatti sul 2014 e il 2015. La Commissione non dovrebbe comunque andare oltre la preparazione di un «rapporto» sull’Italia che nel 2014 non ha effettuato la riduzione. Si tratterebbe tuttavia di un atto dovuto che si trasformerebbe in procedura d’infrazione solo in sede politica e considerando l’effetto della pessima congiuntura.
La partita sulla quale l’Italia rischia invece una raccomandazione e una procedura d’infrazione è quella degli squilibri macroeconomici. Il nuovo esame è stato introdotto con il «Six pack» nel 2011 e riguarda competitività, liberalizzazioni e mercato del lavoro. Su questo punto Bruxelles non transige, tanto più che Roma ha spinto per l’introduzione della clausola che scambia riforme con deficit. E l’occhio della Commissione è caduto soprattutto sulle liberalizzazioni (oggetto del decreto «investment compact » varato la settimana scorsa) e il jobs act (con provvedimenti attuativi ancora in transito in Parlamento).
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