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Troppo deficit con la legge di Bilancio Juncker vuole che l’Italia la cambi

A meno di improvvise inversioni di rotta, la Commissione europea chiederà all’Italia di cambiare la legge di Stabilità. Jean-Claude Juncker resta convinto che occorra cooperare con il governo di Roma e non pretenderà stravolgimenti, secondo vari osservatori di Bruxelles. Ma è convinto che servano meno misure di bilancio in deficit, e qualche precauzione in più per evitare che il debito pubblico salga per il decimo anno consecutivo anche nel 2017. Un chiaro segnale in questo senso da parte della Commissione, nota un protagonista di Bruxelles, a questo punto «sarà difficile da evitare».

Sono giornate intense nel palazzo del Berlaymont e in quello adiacente di Rue de la Loi a Bruxelles, dove i funzionari della direzione Economia e Finanza e le squadre dei commissari Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici sono al lavoro su decine di bozze di bilancio nazionali. Quello dell’Italia non è il solo caso controverso, a maggior ragione dato che i codici interpretativi del patto di Stabilità sono ormai diventati una giungla inestricabile e frustrante. Spesso la discussione con i governi suona come un’astrusa disputa fra legulei, non come un’analisi dei problemi e di come farvi fronte.

La sostanza però non cambia: questa volta la Commissione Ue non pensa di accettare ciò che viene proposto dall’Italia. Per Bruxelles un debito che nel 2017 non scende — anzi potrebbe salire di nuovo — e un deficit al 2,3% del reddito nazionale, in aumento una volta esclusi certi fattori più transitori, sembrano davvero troppo rischiosi. Al governo di Roma e ad altri verranno inviate richieste scritte di chiarimenti all’inizio della settimana prossima; quindi il 9 novembre la Commissione Ue pubblicherà previsioni da cui, se nulla cambia, emergerà una lettura dei conti pubblici italiani più preoccupata di quella del governo: sul debito, sulla correzione di bilancio per l’anno prossimo e sul deficit cosiddetto «strutturale» (cioè al netto delle oscillazioni dell’economia e delle misure passeggere).

Non sarà una discussione semplice. I negoziatori del Tesoro di Roma hanno argomenti tecnici per disinnescare le obiezioni in arrivo da Bruxelles. Il più rilevante riguarda il diritto che l’Italia avrebbe a non affrontare nel 2017 alcun risanamento «strutturale», perché il reddito nel Paese viaggerebbe ancora troppo sotto al potenziale dopo gli anni della recessione. In aprile a Bruxelles si è formato persino un gruppo di lavoro fra i Paesi dell’euro su come calcolare questi ritardi — rispetto agli ultimi due o agli ultimi quattro anni — ma non c’è ancora un accordo. Non è chiaro come vada applicato questo presunto diritto dei governi a non compiere sforzi di bilancio, usando come attenuanti le cicatrici lasciate dall’ultima recessione.

Anche così, nella Commissione Ue c’è comprensione per l’auto-difesa italiana ed è probabile che il commissario Moscovici conceda del margine in più al governo di Roma. Ma neanche questo basta a colmare la distanza rispetto a ciò che a maggio il governo si era impegnato a raggiungere per il 2017: un disavanzo all’1,8% del reddito del Paese e soprattutto un calo del deficit «strutturale» anche solo dello 0,1%. Neanche questo ennesimo compromesso con uno Juncker sempre più indulgente è stato confermato nella legge di Stabilità. Fra gli altri, due aspetti vengono letti in modo diverso. Per il governo sarebbero da scomputare dal deficit — come non fossero spese reali — circa tre miliardi destinati alla «messa in sicurezza» di edifici e infrastrutture in tutto il Paese; la Commissione invece nota che in quelle voci sono incluse anche l’eliminazione delle barriere architettoniche o dell’amianto negli edifici scolastici: spese ordinarie di uno Stato, da trattare come tali. L’Italia poi vorrebbe scomputare l’intera spesa da 3,8 miliardi per i migranti, mentre Bruxelles è disposta a farlo solo per i 500 milioni di costi in più attesi nel 2017.

Passeranno settimane di confronto, ma poi la Commissione dovrà esprimere un «parere» e una possibile procedura europea a carico dell’Italia. La scadenza ultima per farlo è il 30 novembre, a quattro giorni dal referendum.

Federico Fubini

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