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Deficit e instabilità, faro sull’Italia

La legge di stabilità sarà il primo grande banco di prova del Governo Letta post-fiducia per ridurre le probabilità e le attese del mercato di un ennesimo declassamento del rating sovrano, il quattordicesimo in poco più di due anni. Per fare questo non basterà inchiodare il deficit/Pil al 3% con il più miope dei maquillage contabili: servirà un’impostazione virtuosa di medio-lungo termine per garantire la sostenibilità del debito pubblico tramite una ferrea tenuta dei conti pubblici e il varo di interventi strutturali forti per irrobustire la crescita.
L’Italia è arrivata oramai, dopo 28 mesi di retrocessioni, in una zona ad alto rischio nella scala dei rating. Un taglio da DBRS, per esempio, avrebbe effetti estremamente dannosi, soprattutto per le banche, perché l’Italia perderebbe l’ ultima singola “A” e i titoli di Stato consegnati dalle banche come collaterale per i finanziamenti della Bce verrebbero penalizzati da un peggiore haircut perché valutati più rischiosi. Alcuni investitori istituzionali non possono detenere bond sotto la “A” e la perdita di quella di DBRS potrebbe provocare vendite sul mercato secondario dei BTp.
Altrettanto dannose sarebbero le ripercussioni di un taglio anche di un solo gradino del rating di Moody’s e di S&P’s, perché farebbero arrivare l’Italia sulla soglia della categoria speculativa, il livello junk della “BB”.
Qualsiasi declassamento di rating sovrano, a qualsiasi livello, avrebbe infine un impatto nefasto su un sistema bancario già oberato da una montagna di prestiti in sofferenza. Pur non innescando retrocessioni a cascata in automatico, per molte banche (già con valutazioni basse) il giudizio verrebbe ritoccato ancora una volta all’ingiù, con un aumento del costo della raccolta e un restringimento degli spazi di manovra per rafforzare il bilancio: un aggravio da evitare a tutti i costi, nella prospettiva di nuove ricapitalizzazioni e dello stress test dato dall’esame per la nuova valutazione sulla qualità degli asset che sarà fatto dalla Bce.
Le agenzie di rating non hanno segreti. L’instabilità politica è per tutte dichiaratamente un fattore che contribuisce alla valutazione dell’affidabilità creditizia di un Paese, incide sulla sua capacità e volontà di ripagare puntualmente e integralmente i debiti. Moody’s per esempio nella nota diramata ieri ha spiegato senza mezzi termini che «l’instabilità politica ha un impatto negativo sulla capacità del governo di varare le riforme strutturali e fiscali, mettendo in pericolo la già fragile ripresa economica».
Il fattore politico non è dunque solo legato alla capacità di uno Stato di far fronte alle emergenze ma in questo caso ha implicazioni forti sulle aspettative dell’andamento dell’economia. Lo stesso vale per S&P, Fitch e DBRS. Le turbolenze politiche si riflettono negativamente sul rating sovrano in quanto possono minare a lungo andare la sostenibilità del debito pubblico, rendendo più difficile il rispetto dei vincoli di bilancio e degli obiettivi sulla tenuta dei conti pubblici tramite interventi per il rilancio della crescita e abbattimento dello stock del debito: deficit/Pil sotto il 3%; avanzo primario (immancabile per un’Italia con interessi sul debito al 5% circa del Pil e una crescita del Pil poco sopra lo 0 %); il pareggio di bilancio strutturale; il calo del debito/Pil (una traiettoria che per tutte le agenzie di rating senza shock o imprevisti dovrebbe riprendere dal 2015) aiutato da dismissioni e privatizzazioni, riforme strutturali.
DBRS ha aggiornato il 30 settembre la sua metodologia sul rating sovrano, ma la sostanza non cambia. «Il contesto politico resta uno dei nostri punti di riferimento, fa parte dei criteri sui quali ci concentriamo – ha ammesso in una conversazione con Il Sole 24 ore ieri Giacomo Barisone, responsabile per il rating sovrano dell’Italia -. Ma per la nostra analisi la sostenibilità del debito pubblico è cruciale». «La nostra “A low” è il riconoscimento dello sforzo di consolidamento fiscale perseguito in modo determinato dall’Italia durante la crisi dell’euro e da una positiva gestione del debito pubblico, l’allungamento della vita media dei titoli di Stato e la base domestica dei sottoscrittori che si è allargata e che fornisce protezione assieme agli scudi anti-spread che secondo noi l’Italia merita, come uno dei pochissimi Paesi nella zona dell’euro ad avere un avanzo primario al 2,4%», ha spiegato Barisone, aggiungendo che «l’instabilità politica emersa dopo le ultime elezioni è già scontata nel nostro attuale rating, e poi può far parte del Dna di uno Stato». Ma questa tolleranza ha un limite, ha fatto intendere Barisone senza dare l’impressione di aver fretta nel voler ritoccare il rating italiano. «Quello che conta per noi in prospettiva è appurare che il Governo Letta, alla luce delle ultime vicende politiche, possa ancora avere un approccio di medio-lungo respiro e dunque una buona longevità. E tutto questo lo cercheremo nella struttura, nella credibilità, nella qualità degli interventi della legge di stabilità. Guarderemo l’impostazione dell’alleggerimento del cuneo fiscale, la trasparenza delle valorizzazioni del patrimonio immobiliare e delle privatizzazioni, i tagli alla spesa del commissario Cottarelli, il ritorno di un impulso forte per le riforme strutturali. Valuteremo quindi la volontà di medio termine e non solo i ritocchi per portare il deficit/Pil dal 3,1% o 3,2% al 3%».
Fitch e S&P’s sono state altrettanto esplicite. Per la prima, sarebbe grave se «per colpa della turbolenza politica l’Italia non avesse Legge di stabilità per il 15 ottobre e non rispettasse gli impegni del patto di stabilità e crescita. Un’incertezza prolungata sulle politiche economiche e fiscali e un calo della fiducia nel calo del debito/Pil dal 2014 e il mancato rispetto dell’obiettivo costituzionale del pareggio di bilancio possono far scattare il declassamento». Per la seconda, «il nostro rating potrebbe essere retrocesso se giungessimo alla conclusione che il governo non può implementare le politiche necessarie per evitare un deterioramento degli indicatori fiscali. Una pressione all’ingiù sul rating è esercitata dal ritardo nell’affrontare le rigidità sul fronte del mercato del lavoro, dei servizi, della manifattura. Il declassamento potrebbe essere dato da un’ulteriore perdita di competitività, export e pressioni sul rifinanziamento del debito». L’Italia è più che avvertita.

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