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Il deficit all’1,6% «blinda» la manovra

Il quadro di finanza pubblica con cui il Governo si presenta in Parlamento pare al momento sostanzialmente blindato. In poche parole il tetto del deficit 2018 all’1,6%, rispetto a un “tendenziale” dell’1% (a politiche invariate), oltre a costituire il “punto di caduta” della trattativa con Bruxelles è per il Governo il target che tiene insieme l’intero quadro di finanza pubblica, in linea con la richiesta di ridurre allo 0,3% del Pil il taglio del deficit strutturale, contro lo 0,8% indicato dal Def di aprile. Ne consegue che la manovra in arrivo a metà ottobre potrà essere certamente emendata in sede di esame parlamentare, ma le coperture per eventuali nuove, maggiori spese o riduzioni delle tasse andranno individuate “sul campo”, vale a dire con contestuali tagli alla spesa o con (improbabili) aumenti di altre entrate. Ulteriori scostamenti sul deficit porrebbero a rischio l’obiettivo – ritenuto fondamentale dal Governo – di fissare il debito al 131,6% quest’anno (contro il 132% del 2016) e al 130% nel 2018.Questa mattina sarà il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan ad illustrare le linee portanti degli interventi in via di definizione, così come richiesto la settimana scorsa dalla Commissione Bilancio del Senato. Passaggio indispensabile perché l’Ufficio parlamentare di Bilancio possa validare il quadro tendenziale e quello programmatico. Domani è atteso il doppio voto sulla Relazione con cui si chiede l’autorizzazione a deviare dal percorso verso l’obiettivo di medio termine (il pareggio di bilancio) per il quale è richiesta la maggioranza assoluta, che al Senato equivale a 161 voti, e sulla Nota di aggiornamento del Def per la quale è sufficiente la maggioranza semplice. La linea che va definendosi in queste ore tra Palazzo Chigi e il Mef prevede in poche parole che qualora il Parlamento decidesse, durante la sessione di bilancio, di modificare il nuovo target del deficit nominale (opzione peraltro non del tutto peregrina), dovrebbe comunque affrontare i rischi di una nuova deliberazione delle Camere a maggioranza assoluta. E comunque andrebbe riaperta la trattativa con Bruxelles, con esiti non proprio scontati. L’incognita è tutta politica. In poche parole, se l’intenzione del Governo è di “depurare” il più possibile la prossima discussione parlamentare della manovra dalla variabile elettorale (leggasi misure di spesa o tagli delle tasse indirizzati al consenso in termini di voti), non è detto che questa linea riesca ad affermarsi del tutto. Ci si prepara per questo a possibili, ma limitati esercizi di copertura in corso d’opera (la rituale “dote di scorta” di ogni manovra). L’impianto di partenza prevede di utilizzare il maggior deficit dello 0,6% (poco più di 10 miliardi) per disinnescare le clausole di salvaguardia (l’aumento di tre punti dell’Iva), che dopo l’intervento operato con la “manovrina” della scorsa primavera (3,8 miliardi per il 2018) ammontano a 15,7 miliardi. Il resto della manovra servirà a completare l’operazione Iva, a coprire le spese indifferibili tra cui le missioni internazionali e la tranche per i contratti pubblici. Restano le residue, esigue risorse da destinare alla manovra vera e propria (2,5 miliardi). Dote che per la verità si dovrebbe provare a incrementare, ma con i paletti posti dalla Nota di aggiornamento del Def l’impresa sarà tutt’altro che agevole. L’unica strada è quella di incrementare i tagli di spesa, fissati al momento a quota 1,7 miliardi. Dal lato del “denominatore” il Governo è pronto a mettere in campo i nuovi target di crescita (1,5% sia quest’anno che il prossimo). L’effetto del terzo trimestre dell’anno – si ragiona in sede governativa – spinto da una stagione turistica particolarmente propizia, potrebbe garantire una maggiore velocità di traino nei primi mesi del 2018. Come dire che si potrebbero sulla carta spuntare anche uno o due decimali in più, esito elettorale permettendo. Torna nei ragionamenti di queste ore la variabile politica. Sorprese sono tutt’altro che escluse, trattandosi appunto della manovra che precede le elezioni della prossima primavera.

Dino Pesole

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