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Deficit al 3%, debito record al 132,6%

In un anno, il 2013, in cui gran parte degli indicatori macroeconomici hanno messo a segno un vistoso segno meno, il deficit, anche grazie alla “manovrina” disposta dal governo Letta (1,6 miliardi), si è fermato a quota 3%, lo stesso livello del 2012. Il Pil – ha comunicato ieri l’Istat – ha subìto una contrazione dell’1,9%, l’avanzo primario (il saldo al netto degli interessi) si è ridotto al 2,2% contro il 2,5% del 2012, con il debito pubblico balzato al record del 132,6 per cento. Il dato dell’Istat sul Pil 2013 è in linea con le nuove previsioni diffuse la scorsa settimana dalla Commissione europea, e registra un peggioramento dello 0,2% rispetto al -1,7% indicato dalla Nota di aggiornamento del «Def» del settembre 2013. Peggio del previsto, dunque.
Con la caduta dell’ultimo anno – fa sapere l’Istat – il Pil in volume è sceso leggermente al di sotto del livello registrato nel 2000. Il dettaglio delle componenti che hanno determinato il profondo rosso dell’economia nazionale è tutto in queste cifre, che confermano la drastica caduta della domanda interna: valore aggiunto dei settori produttivi in calo dell’1,6%, spesa per consumi finali delle famiglie residenti in diminuzione del 2,6%, «che si aggiunge a quella ancora più accentuata registratasi nel 2012 (-4%)». Il calo dei consumi risulta particolarmente evidente per i beni (-4%), mentre la spesa per i servizi è diminuita dell’1,2 per cento. Le contrazioni più marcate si sono concentrate nella spesa per la sanità (-5,7%) e in quella per vestiario e calzature (-5,2%). Flessione che non ha risparmiato gli investimenti fissi lordi: -4,7%, che va ad aggiungersi al -8% del 2012. Inevitabile e pesante il riflesso sull’occupazione, con le unità di lavoro in calo dell’1,9%, con il picco del -9% nelle costruzioni, dell’1,7% in agricoltura, dell’1,4% nell’industria e dell’1,3% per i servizi.
In un quadro di tal fatta, l’aver chiuso l’anno con il deficit (versione indebitamento netto) al 3% consente comunque al nostro Paese di confermare il risultato del 2012, stabilizzando in tal modo l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo disposta da Bruxelles nel maggio dello scorso anno. La diminuzione delle entrate correnti originata dalla crisi (-5,3 miliardi) e il contemporaneo aumento delle spese correnti (4,3 miliardi) hanno causato il peggioramento del saldo primario (-13,9 miliardi contro i 4,4 del 2012). In rapporto al Pil, le entrate (48,2%) sono diminuite dello 0,3%: di conseguenza, la pressione fiscale si è attestata al 43,8% in diminuzione dello 0,2% rispetto al 2012. Quanto alle uscite totali (51,2% del Pil) si registra una modesta contrazione dello 0,2 per cento.
Preoccupa il dato sul debito, al tetto del 132,6% per la caduta del Pil, ma anche a causa dell’effetto combinato dei pagamenti 2013 di debiti pregressi della Pa e degli aiuti disposti dall’attuale meccanismo di stabilizzazione europeo. La Commissione europea prevede per il 2014 un ulteriore incremento del debito al 133,7%, stima che non consente di allentare in alcun modo la disciplina di bilancio. Ogni spazio per politiche di sostegno alla crescita, in primis il taglio del cuneo fiscale (10 miliardi secondo quanto annunciato dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi), dovrà essere dunque adeguatamente compensato attraverso contestuali tagli alla spesa corrente.
I margini di trattativa con Bruxelles sono tuttavia possibili e per certi versi obbligati: un diverso timing per il rientro dal debito e per conseguire il target del pareggio di bilancio in termini strutturali, in cambio di un pacchetto di riforme cui attribuire l’auspicato effetto “moltiplicatore” del Pil. La variabile riforme, dal lavoro al fisco al taglio della burocrazia, è dunque decisiva, e il tempo gioca un ruolo fondamentale. Si potrà riaprire anche la partita relativa alla «clausola di flessibilità» per investimenti produttivi, congelata da Bruxelles per l’insufficiente ritmo di riduzione del debito e del deficit strutturale. Lo prevede il «braccio preventivo» del Patto di stabilità per i paesi fuori dalla procedura per disavanzo eccessivo, a patto che in presenza di un alto debito si assicuri una riduzione del deficit strutturale pari ad almeno lo 0,5% del Pil ogni anno, fino al raggiungimento dell’«obiettivo di medio termine».
Stando ai dati diffusi ieri sera dall’Economia, il fabbisogno del settore statale nel primo bimestre dell’anno è sceso a 13,3 miliardi, contro i 14,6 del 2013. Nel solo mese di febbraio, il fabbisogno si è attestato a 12,8 miliardi (contro gli 11,8 dello scorso anno). Si registrano minori incassi (2,6 miliardi) per lo slittamento dei premi assicurativi Inail ma anche un +8% per il gettito Iva sugli scambi interni.

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