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Decreto verso il voto di fiducia

di Lina Palmerini

Niente è ancora deciso ma il pressing dei partiti è molto forte. È stato per primo Silvio Berlusconi a chiedere a Mario Monti un voto di fiducia sulla manovra ma la sua richiesta sembra valere un po' per tutti. Che questo decreto non piaccia a Pdl e Pd è stato chiaro anche dall'atmosfera – piuttosto fredda – che ieri si sentiva nell'Aula della Camera dove il premier ha illustrato le misure. Innanzitutto c'erano molte assenze tra i banchi del Pdl, quasi la metà, tra cui anche Giulio Tremonti bloccato da una frattura. E poi l'accoglienza: gli applausi sono stati pochissimi, forse due, e quasi di circostanza. L'unico convinto c'è stato quando Monti ha parlato di Bruxelles: «L'Italia è pronta a fare ciò che deve ma non vuole che l'Europa non faccia ciò che deve fare».
Insomma, che ci sia grande disagio nelle forze politiche è apparso evidente ed ecco perché il voto di fiducia toglie dall'impaccio soprattutto i leader politici preoccupati dal dover vedere – da subito – le divisioni in casa propria. Già alcune sono conclamate come tra Pdl e Lega e ora anche l'Idv si allontana dal Pd annunciando un possibile «no» alla manovra. Di fronte a questo scenario, Monti si è mostrato sensibile e consapevole delle difficoltà: «Nessun partito sarà contento delle nostre misure e del resto siamo qui per questo». Dunque, fiducia probabile. Perfino Pier Ferdinando Casini – che in Aula si è speso perché questo Governo «non sia figlio di nessuno in Parlamento ma bisogna metterci la faccia senza pavidità: serve un coordinamento palese e trasparente tra gruppi parlamentari» – si è mostrato convinto: «È plausibile la fiducia. C'è bisogno di tempi rapidi: in questo caso ho un'idea sostanzialmente analoga a Berlusconi. Adesso si faccia un bel lavoro di approfondimento e discussione in Commissione».
Ecco, proprio il lavoro nelle Commissioni è l'altro punto in questione: è in quella sede che arriveranno le richieste di modifica dei partiti. Emendamenti su cui il Governo ha mostrato un'apertura ma limitata a «piccoli aggiustamenti», che non cambino né i saldi né la ratio dei provvedimenti. Dopo l'illustrazione di ieri alle Camere, Monti ora è alla prova del Parlamento. E di certo questa prova potrà essere affrontata con maggiore forza se anche l'Ue batterà un colpo al Consiglio europeo di venerdì. L'Europa, non a caso, è stata al centro dell'intervento del premier: «Questo decreto si chiama salva-Italia ma in una certa quota è anche salva-Europa», diceva spiegando che i sacrifici «sono forti ma temporanei, circoscritti e distribuiti in modo equo» mentre la Lega rumoreggiava. E i padani non hanno mai smesso, per la verità. Unica eccezione quando apertamente Mario Monti si è rivolto, per ben due volte, a Silvio Berlusconi prima ringraziandolo per la sua presenza in Aula, poi ricordando gli impegni che il suo Governo aveva assunto con l'Ue. Ed è lì che c'è stata la gaffe, l'ha chiamato ancora «presidente del Consiglio». Insomma, uno scambio assai cordiale che non è sfuggito e che, per alcuni, punta ad allargare la distanza tra Pdl e Carroccio.
Il tema però è il rischio-euro. «Il futuro dell'euro dipende dalle nostre scelte. Se non invertiamo la spirale del debito le conseguenze sarebbero drammatiche fino a mettere a rischio la stessa sopravvivenza della moneta». Ma l'avvertimento di Monti si fa più duro quando evoca uno spettro, quello della Grecia. Lo fa prima nell'incontro con la stampa estera (che lo accoglie con un applauso, piuttosto irrituale) e poi alle Camere. «La riduzione del debito pubblico è una esigenza totale. E ogni deviazione rischia di far sprofondare il paese in un abisso, l'esempio della Grecia è vicino». Uno spettro e una speranza. Quella che «l'Italia non fallirà anche se non tutti nel mondo ne sono convinti». Qualche segnale positivo c'è. E ha accompagnato favorevolmente la sua presenza alle Camere: lo spread è sceso a quota 375 (meno di 200 punti dal massimo), i rendimenti dei Ptp sono andati sotto la soglia del 6% e la Borsa è stata positiva per il 2,9%.
«Al di fuori dell'euro e della casa comune dell'Ue ci sono il baratro, la povertà e la stagnazione, il crollo dei redditi, l'assenza di futuro per il Paese e per le giovani generazioni, non esiste alternativa». Ecco la posta in gioco e Monti assicura che si impegnerà «perché la voce dell'Italia in Europa abbia tutto il peso che merita», confortato dal fatto che «abbiamo già ripreso credibilità».
Intanto annuncia che il Governo aprirà un nuovo cantiere. «A distanza di qualche giorno cominceremo un dialogo con le parti per la riforma del lavoro e degli ammortizzatori». Così come ha sollecitato il Parlamento a occuparsi dell'abolizione delle province che nella manovra il Governo ha potuto solo dimagrire. Infine, il capitolo retribuzione: il premier non potrà rinunciare all'indennità di senatore a vita ma potrà, se vuole, devolverla in beneficenza come hanno fatto altri illustri colleghi prima di lui. La giornata si conclude sempre con il suo ringraziamento alle forze politiche e con un atto di distanza: «Noi siamo estranei al vostro mondo». Dopo il test nelle aule parlamentari, oggi c'è quello con la popolarità nel salotto di Bruno Vespa. E i partiti staranno a guardare perché il consenso – o no – su Monti si rifletterà nelle loro scelte. Non su quelle di Bossi che ieri definiva Monti «eroe di una guerra già persa». Insomma, un tifo al default.

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