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«Decreto sviluppo, inventeremo qualcosa»

di Mario Sensini

ROMA — «I soldi non ci sono, stiamo cercando di inventarci qualcosa». Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ammette le difficoltà del governo sul decreto per rilanciare lo sviluppo, chiesto a gran voce dalle imprese, ma non dispera sulla possibilità di varare un provvedimento efficace. Anche se con tempi più lunghi. «Il testo sarà varato quando sarà convincente. Non ho particolare fretta. Conto sul varo del decreto quando ci sarà un provvedimento che sia di stimolo a sviluppo e crescita».
In serata Berlusconi ha tenuto una riunione nella sua residenza privata con il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, cui ha affidato la regia del decreto, e i titolari della Semplificazione, Roberto Calderoli, della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, delle Infrastrutture, Altero Matteoli. Un'altra riunione tra gli stessi ministri è prevista domani pomeriggio allo Sviluppo economico, e le possibilità che il provvedimento veda la luce già questa settimana (doveva arrivare in Consiglio dei ministri già domani mattina) sono ormai molto remote. Il primo nodo è quello delle risorse con le quali accompagnare le norme per il rilancio dell'economia. Nel bilancio pubblico non ci sono fondi e occorrerebbe trovarne di nuovi, ma lo stesso Berlusconi non vuole la tassa patrimoniale proposta dalle imprese. «Io sono contrario» ha detto ieri il presidente del Consiglio, senza tuttavia chiudere definitivamente la porta. Sulla patrimoniale, ha aggiunto Berlusconi, «non mi sento di esprimere le opinioni degli altri esponenti della maggioranza».
Le ristrettezze di bilancio non sono però l'unico problema. «L'Italia — sintetizza il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta — sta vivendo giorni tempestosi, difficili, amari, avvelenati». Se anche si inventasse qualcosa per finanziare il decreto sullo sviluppo, il governo non avrebbe vita facile in Parlamento. In Commissione attività produttive alla Camera, dove il testo è destinato ad approdare, maggioranza e opposizione sono in perfetta parità (22 a 22), ma ci sono pure le incognite sull'atteggiamento di alcuni deputati ancora formalmente nella maggioranza. Come Fabio Gava e Giustina Destro, che venerdì scorso non hanno partecipato al voto di fiducia. Oppure Adolfo Urso e Andrea Ronchi, il cui voto positivo non è affatto scontato, soprattutto se il decreto, alla fine, sarà davvero a costo zero. L'opposizione è molto scettica sulla capacità del governo di portare a casa un provvedimento utile. «Non vedo che decreto si possa fare se mancano i soldi» dice Romano Prodi, mentre per i finiani e i Ds lo stallo attuale è solo l'ulteriore prova dell'«incapacità» o del «fallimento» dell'esecutivo.
Nel menu del decreto sviluppo, per ora, ci sono i possibili sgravi fiscali per le infrastrutture, ma solo per le nuove opere da appaltare in project financing, le misure per favorire il lavoro part time e l'apprendistato, di cui si sta occupando il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, lo snellimento della burocrazia per le imprese, con i provvedimenti di Brunetta e altre semplificazioni normative per agevolare l'attività economica, cui lavora Calderoli.
Nel frattempo, ieri alla Camera, il nuovo articolo 41 della Costituzione sulla libertà di iniziativa economica privata ha perso un pezzo importante, o quanto meno molto enfatizzato dal governo. È caduto, infatti, il cosiddetto «inciso Tremonti»: «È permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge». Le uniche novità, così, restano quelle di aver aggiunto ai vincoli per la libertà dell'iniziativa, «e dell'attività» economica privata, il rispetto delle leggi sulla concorrenza e il divieto dei monopoli. Oltre alla prescrizione che le leggi che regolano l'economia debbano ispirarsi anche ai principi di «sussidiarietà».

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