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Decreto del fare, cancellato il Durt

Il destino del decreto del Fare è stato intrecciato fino all’ultimo al tetto di stipendio dei manager pubblici. Al Senato si è ripetuto il copione che era andato in scena alla Camera durante il primo via libera parlamentare. La controprova si è avuta ieri. La scelta delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Palazzo Madama di approvare a larga maggioranza un emendamento che ripristinava la stretta originaria dal salva-Italia non è piaciuta al Governo. Al punto da spingere la stessa maggioranza a tornare sui suoi passi. E dopo un rapido passaggio in commissione del capogruppo Pdl, Renato Schifani, è stata riformulata la proposta governativa di introdurre un taglio del 25% agli stipendi degli amministratori delle Spa non quotate emittenti titoli. L’emendamento è stato approvato a tarda notte dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio e prevede il taglio del 25% al compenso complessivo “a qualsiasi titolo determinato” per tutti i manager pubblici che non rientrano nel tetto dei circa 300mila euro del primo presidente della Cassazione.
Una maggiore concordia si è invece registrata sull’abolizione del Durt. Tra le principali modifiche apportate ieri al decreto spicca proprio la soppressione del Documento unico di regolarità tributaria attraverso il via libera a tre emendamenti presentati da Pdl, Pd e Scelta Civica, che hanno assorbito le proposte analoghe di M5S e Lega. Viene meno così l’aggravio per le imprese che era stato introdotto a Montecitorio. Per la gioia delle aziende. Soddisfatte per l’addio al Durt si sono dette sia Rete imprese Italia che l’Ance.
In commissione è passata poi un’altra ventina di modifiche. A cominciare da quella della Lega sull’esonero dall’obbligo di presentare il Durc in caso di lavori privati in edilizia realizzati direttamente in economia dal proprietario dell’immobile. E proseguendo con uno snellimento delle verifiche sulle attrezzature aziendali. La prima delle quali, per effetto di un emendamento a firma Giorgio Santini (Pd), andrà effettuata entro 45 giorni dall’Inail, altrimenti il datore di lavoro potrà ricorrere ad altri soggetti pubblici o privati abilitati. Senza dimenticare l’allargamento della cerchia dei certificati considerati inutili: scompaiono l’obbligo di libretto sanitario per chi produce o vende alimenti e l’attestato di idoneità fisica per i titolari di un’impresa di revisione degli autoveicoli.
Agli emendamenti di matrice parlamentare se n’è aggiunta un’altra decina di stampo governativo (su cui si vedano le schede qui accanto). Incluso uno sull’Expo 2015. La norma licenziata in commissione, da un lato, riduce al 10% l’Iva al 10% sui biglietti e, dall’altro, consente alle società in house degli enti locali soci di Expo spa di assumere, fino a fine 2015, personale a tempo determinato oltre i limiti. Laddove sono state ritirate le modifiche sull’Authority dei trasporti e sul rinvio dell’armonizzazione dei sistemi contabili degli enti locali.
Il nodo del tetto ai manager che ha avvolto il decreto per gran parte della giornata. Al punto da fare slittare il suo approdo in Aula prima dalle 17 alle 19.15 e poi – sembrava – a stamattina. Quando – era stato ipotizzato ieri – l’Esecutivo avrebbe potuto porre la fiducia con l’obiettivo di incassare stesso oggi il via libera dell’assemblea e spedire il Dl alla Camera per il terzo e definitivo ok parlamentare prima della pausa estiva. Lo scontro sugli stipendi degli amministratori delle Spa pubbliche si è all’inizio tradotto nel via libera a larga maggioranza a un emendamento che sopprimeva l’articolo 12-bis introdotto a Montecitorio e che dunque faceva rivivere il tetto di 302mila euro per tutte le Spa (tranne le quotate). E successivamente si è manifestato con un dietrofront in tarda serata. Quando – dando seguito all’appello del ministro per i rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, a ripristinare il taglio del 25% dei compensi – è stato inizialmente riformulato un precedente emendamento governativo

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