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Decreto banche venete è scontro sulla fiducia Mdp: testo invotabile

Ieri erano le ricette di politica fiscale oggi il decreto sulle banche venete. Lo scontro tra Pd e Mdp non accenna ad attenuarsi. Anzi. La fiducia che il governo ha posto ieri a Montecitorio sul salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza sarà oggi la nuova occasione per una competizione ormai dichiarata in vista delle prossime elezioni.
«Quel decreto è un ricatto al Parlamento », afferma Roberto Speranza, giovane leader di Mdp. «Valuteremo come votare». Questa mattina riunirà il gruppo per decidere cosa fare sulla fiducia al governo che, una settimana fa, Pierluigi Bersani dava per scontata. Diverso, invece, l’atteggiamento sul merito del provvedimento, giudicato «molto negativo».
E così, alla fine, Mdp potrebbe dire sì alla fiducia, uscendo poi dall’aula al momento del voto finale sul decreto. Sfumature sostanziali che, però, non saranno consentite quando il testo arriverà al Senato dove il voto è unico, i numeri per il governo più risicati e l’astensione equivale a un voto contrario. La maggioranza, insomma, è scossa ancora una volta dalle fibrillazioni alla sua sinistra, mentre l’esecutivo finisce bersaglio delle opposizioni, con Beppe Grillo che definisce «fascista» la scelta di votare il decreto banche con la fiducia e attacca il governo che «dà altri 17 miliardi di euro pubblici per salvare il culo dei banchieri».
Ma sono i riflessi politici della competizione con Mdp a tenere sul filo l’esecutivo. I bersaniani provano ad alzare la posta: «Il governo dovrebbe prendere l’abitudine di consultarci — attacca il governatore della Toscana, Enrico Rossi — se pensano che dobbiamo votare a favore in ragione del senso di responsabilità si sbagliano. Se credono che al “soccorso azzurro” ci pensi Verdini, allora è bene che il “soccorso rosso” cessi».
Una linea ribadita durante la direzione di Mdp, riunita ieri dopo il battesimo di piazza con Giuliano Pisapia il primo luglio. Un incontro con decine di interventi di 7-8 minuti ciascuno. Unica eccezione per Massimo D’Alema che parla per 40 minuti e raccoglie molti applausi. Specie nel passaggio in cui invita a prendere le distanze dal governo, sfidarlo fino a rompere, eventualmente, sulla manovra, lasciando che a tenerlo in vita siano i voti di Silvio Berlusconi. Meno chiaro, invece, quanto accadrà in futuro con il Campo progressista di Pisapia. «Faremo un vero partito — sottolinea Bersani — non un listone». Niente “cartelli” elettorali, insomma, nonostante gli uomini vicini all’ex sindaco di Milano di partito vogliono sentir parlare solo dopo il voto. Che resta, comunque, un’incognita. Lo spettro è la Sinistra Arcobaleno, rimasta fuori dal Parlamento nel 2008.
Bersani nega divisioni: «Tutte invenzioni ». Per evitarle nascerà un coordinamento che si occuperà di stilare un “manifesto” di indirizzo politico. Un documento che vorrebbe attrarre anche le forze alla sinistra di Mdp, comprese «le tante persone perbene » (copyright D’Alema) presenti un mese fa al Brancaccio con Tomaso Montanari e Anna Falcone. Al momento, però, di «scioglimenti», come pure Pisapia aveva chiesto a Mdp, non parla più nessuno.

Mauro Favale

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